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Pazzi per il safari. Il segreto per “staccare”. In viaggio nello Tsavo, la testa si svuota

IL RACCONTO. Tanti gli italiani che scelgono l’Africa per “spezzare” l’inverno. Metti un giorno nella savana che scovano animali invisibili per il piacere di vederli e immortalarli nell’habitat protetto. E la notte cala sul Swari Camp, un’oasi a cinque stelle

di Valentina Renzopaoli

TSAVO EST (KENYA) – Basta un leggero spostamento d’aria, un battito d’ali, una timida macchia di colore che tinge il terreno spaccato dal sole e l’occhio di Aziz, acuto come quello di una lince, cattura ciò che l’occhio umano non è più abituato a vedere. Tra i rami cenere dei cespugli senza foglie nati e cresciuti sulla terra rossa, spunta all’improvviso la forma perfetta di due corna che disegnano arabeschi, un impercettibile scatto di testa, un muso che spunta e il miracolo si compie: nell’immensità immobile della savana il salto di una gazzella kudu svela la vita agli occhi avidi dei turisti che disperatamente tentano di fare pace con i mondo.
Sono soprattutto italiani, romani, lombardi, veneti e anche toscani e infatti Aziz oltre al swahili e all’inglese parla quasi perfettamente anche l’italiano. Nato a Malindi, Aziz è un ragazzone musulmano di trentasette anni, è sposato e ha due figli maschi; sua moglie porta il velo ma lui, calzoncini e maglietta verde militare, sigaretta in bocca e un telefonino di ultima generazione a portata di mano, ha imparato a trattare e ad ammaliare gli europei. Da quindici anni attraversa le piste polverose dello Tsavo, il parco nazionale più grande del Kenya, e oggi è una guida esperta del Swara Camp, uno dei più nuovi e lussuosi campi safari realizzati grazie a concessioni governative per trasformare la terra dai mille orizzonti che scavallano l’uno dietro l’altro fin dove l’occhio umano può arrivare in una immensa risorsa turistica. Ventiduemila chilometri quadrati di pianura rossa, punteggiata da qualche chioma isolata curvata dal vento e alberi spogli che sembrano alzare le braccia magre a toccare il cielo, solcata da un’unica lunghissima e vitale arteria verde che si snoda come un serpente dai confini della Tanzania fino all’Oceano Indiano, cambiando tre volte nome lungo il percorso.
Il fiume Tsavo-Galana-Sabaki ha partorito una sinuosa oasi di gigantesche palme abitate da babbuini, aquile, faraone, uccelli dai colori fosforescenti gialli, rossi e blu. Il Galana è il fiume delle cicogne, dei coccodrilli e degli ippopotami che disegnano cunette scure sulla superficie fangosa del corso d’acqua, una specie di strani sommergibili che quando emergono spruzzano vulcani d’acqua rossa dalle narici.
Lo Tsavo è il regno degli elefanti, delle zebre, delle antilopi d’acqua, degli impala, dei fagoceri e dei bufali. Aziz osserva, scruta oltre la calma apparente, raccoglie tracce e segue orme, perché vivere nella savana vuol dire arrendersi al ritmo della natura, adeguarsi ai suoi tempi, perdere la cognizione dello spazio, svuotare nella polvere che si calpesta e si respira metro per metro, chilometro per chilometro, il cestino stracolmo di pensieri da occidentali iperattivi. Lontano, tra le rade foglie verdi di un’acacia ad ombrello, una forma allungata che costringe ad alzare gli occhi dall’orizzonte basso: il collo sinuoso di due giraffe che si sfiorano in un afflato amoroso appaiono e sembra un film. Aziz lascia la pista battuta da fin troppe jeep e affronta con la sua Land Cruiser cilindrata tremila le cunette del terreno scavato dagli animali, svolta verso il fiume, si infila sotto le palme arrivando fino alla sabbia bianca e lo spettacolo è di quelli che nessuno mai vorrebbe vedere: disteso come una montagna afflosciata il gigante della savana, il cadavere di un elefante sfigurato abbandonato a pochi metri dall’acqua, senza zanne. Aziz scuote la testa e spiega che qui, dove ogni cosa sembra perfettamente seguire l’orologio biologico, le vera emergenza sono i bracconieri che cacciano gli elefanti per fare soldi, tanti soldi. Al mercato nero l’avorio si può vendere ad oltre quindicimila dollari al chilo e ogni zanna può pesare fino a venti chili.
Si prosegue lungo il fiume, qualche chilometro tra le palme popolate di babbuini e aquile pescatrici poi Aziz si ferma di scatto, aguzza lo sguardo e indica. La scena toglie il fiato: sulla riva opposta, una macchia color miele che al primo sguardo si distingue appena, accanto una più piccola e poi un’altra e ancora un’altra. Aziz mostra come un trofeo la sua scoperta: signore e signori venuti da quella che si chiama civiltà ecco a voi una leonessa in carne ed ossa con i suoi tre cuccioli che giocano rincorrendosi sulla sabbia. La mente si svuota in un attimo di fronte alla meraviglia della natura, sembra un’inquadratura di Quark e invece è la realtà. Poi in un batter d’occhio la riva si popola di jeep, Aziz ha lanciato l’annuncio in swahili attraverso la radio che fa da colonna sonora incomprensibile del viaggio, e decine di obiettivi fotografici si catapultano a puntare verso la leonessa protetta dal fiume. C’è persino una bambina bionda che avrà circa dieci anni ad immortalare l’immagine con il suo pad verde mela.
La sera cala sulla savana, l’orizzonte è carico di nuvole. Nel buio della notte ci pensa il temporale a inzuppare la terra, secchiate d’acqua calda scaricate dal cielo, una manna insperata che interrompe la siccità di piena estate. Quando l’alba torna a colorare la natura, la terra ha cambiato odore.