di Valentina Renzopaoli
Altro che “grande bellezza”, negli ottanta minuti cinematografici di un piccolo grande lavoro low budget totalmente indipendente che sta lottando per conquistare un po’ di spazio nel circuito tradizionale, c’è la radiografia di una Roma alla deriva, il ritratto spietato di un pezzo di gioventù abbandonata e senza speranza.
Presentato al Rome Independent Film Festival 2013, “Le formiche della città morta”, scritto e diretto dal romanissimo Simone Bartolini, regista esordiente cresciuto nel quartiere di Monte Sacro, è arrivato finalmente nelle sale della capitale e fino al prossimo 21 maggio verrà proiettato al Nuovo Cinema Aquila. Prodotto da NeroFilm, interpretato da uno straordinario Simon Pietro Manzari, nella vita rapper del Quinto Blocco, il film scorre lungo i marciapiedi di mezza Roma, si insinua nei cunicoli di quartieri popolari, si arrampica lungo i muri di palazzi occupati, entra nella camere da letto scompigliate di giovani persi nel vuoto. Senza fronzoli e senza spettacolarizzazioni.
Che Roma è quella che racconta?
“La Roma dei disperati, dei giovani che non ce la fanno, dei quartieri non patinati; la Roma piazza dello spaccio, dove la droga è una realtà diffusa che continua a mietere vittime e dove il consumo di eroina ha ricominciato a crescere in modo esponenziale. Una Roma molto reale, purtroppo, molto più reale di quello che si potrebbe credere persino vedendo il film”.
Chi sono le formiche?
“Per formiche intendo i piccoli spacciatori come Simon Pietro, una delle ultime ruote del carro della macabra filiera dello spaccio, schiavo dell’eroina, perso tra le allucinazioni della droga, un giovane costretto a barcamenarsi per saldare debiti che non si estinguono ma”.
La “città morta” è Roma?
“In realtà per “città morta” intendo un luogo metafisico, un “non luogo” da cui è impossibile uscire, a meno di essere davvero una di quelle formiche capaci di sollevare cento volte il proprio peso”.
In quale zone della capitale ha girato?
“In moltissime: da Monte Sacro a Centocelle, passando per la Prenestina, la piazzetta di San Lorenzo e i palazzoni occupati di Vigne Nuove. Arrivando nei quartieri bene come Rione Monte e via Condotti. Sono transitato dalle borgate al centro con una nonchalance un po’ inusuale per formulare la mia denuncia: raccontare che la realtà della droga non è estranea a nessuna estrazione sociale. Nel mio film ci sono personaggi perfettamente integrati nella società che permettono a Simon Pietro di spacciare nei proprio locali”.
Gli attori sono professionisti o gente comune presa dalla strada?
“Molti degli attori sono miei amici e hanno interpretato loro stessi usando il loro linguaggio; alcuni dei tossicodipendenti del film lo sono anche nella realtà ma non le dirò mai quali sono professionisti e quali no. Anche se un occhio allenato e fine lo può capire”.
Come hanno reagito quando si sono rivisti sul megaschermo?
“Molti sono rimasti davvero spiazzati: rivedersi in quel contesto e in certe situazioni, avendole vissute nella realtà, li ha lasciati turbati”.
Si può dire che sia stata per loro un’occasione di autoanalisi?
“Esatto: in certi casi la visione ha avuto un effetto terapeutico e qualcuno ha persino smesso di drogarsi. Per me questa è stata già una grande vittoria”.
Il filo conduttore, anche musicale, del film è la passione per la musica rap: cosa rappresenta il rap negli ambienti dei movimenti underground?
“Il rap, insieme all’eroina, è l’elemento fondamentale del film. Il protagonista, Simon Pietro, è un rapper nella vita così come lo sono molti altri attori del film e la musica rap è l’unica passione sana della storia. “Chi tocca questa roba ha la vita segnata” canta Simon Pietro durante una scena e in questa frase è il nocciolo della mia denuncia”.
Lei ha visto “La grande bellezza” di Sorrentino?
“Sì, certo”.
Pensa che Roma si rispecchi meglio ne “La grande bellezza” o ne “Le formiche della città morta”?
“Penso sia meglio rispecchiata nel mio film: a Roma ci sono più borgate e quartieri difficili che festini patinati”.
