Terzo appuntamento con il viaggio attraverso l’economia romana. Chi sono i player, come hanno affrontato la crisi e quali cambiamenti chiedono.
di Ilaria Mariotti
Aeronautica e spazio: a questo si dedicava la Aerosekur di Aprilia, azienda specializzata nella difesa militare. Poi la crisi e la necessità di aprirsi a nuovi mercati. “Così abbiamo cominciato a lavorare anche per l’esercito italiano, a fare i primi giubbotti antiproiettile e le prime tute da combattimento”, racconta ad Affari italiani il presidente Silvio Rossignoli. Spiegando però di non aver tradito “la mission fondamentale, che è la sicurezza, curata in ogni sfaccettatura: che si tratti di costruire un paracadute per un soldato o di atterrare su Marte”, prosegue. E su Marte, la Aerosekur, ci arriverà davvero: con i paracadute fabbricati per la missione spaziale del 2016. Un’eccellenza tutta italiana: sono loro gli unici in Europa a produrre materiali simili.
Come vi siete difesi dalla contrazione del mercato?
“L’unica risposta possibile è stata ampliare il mercato tradizionale, quello che conoscevamo. E poi quando la crisi morde bisogna reagire con l’innovazione. Tutti i prodotti nel campo della sicurezza sono legati da un filo conduttore che è la tecnologia tessile e della gomma. Anche su questo siamo intervenuti, affinando le tecnologie. Che siano giubbotti antiproiettile o paracadute parliamo sempre di prodotti sofisticati. Ma il secondo non dà margini di errore, è one shot. Se non si apre fallisce una missione da un miliardo di euro”.
Quando avete sentito i primi effetti della crisi?
“Nel 2007. Come per tutti i settori la recessione è arrivata anche per la sicurezza. Il nostro fatturato, grazie a queste mosse, non ne ha risentito (è salito dai 25 ai 29 milioni tra il 2011 e il 2013, ndr). Siamo cresciuti quasi regolarmente di un 15% all’anno, anche in termini di organico, che nell’ultimo triennio è passato da 142 a 164 addetti”.
Operare in una città come Roma aiuta o può essere un ostacolo?
“Io sono milanese ma lavoro benissimo a Roma. Anzi, sto bene qui come non sono mai stato a Milano. C’è grande fornitura di manodopera, si stabiliscono con facilità rapporti di tipo industriale, molto di più di quanto non avvenga in Piemonte o Lombardia. Anche con le istituzioni nessun intoppo: con la regione Lazio, che è uno dei nostri interlocutori, trovo maggiore disponibilità ad ascoltare e anche a finanziare, molto di più rispetto ad altre mie esperienze precedenti”.
Avete mai pensato a delocalizzare?
“No, ho resistito a ogni tentazione di fare profitti più alti andando magari in Romania o in Polonia, e ho preferito restare in Italia. Guadagneremo un po’ di meno, ma va bene così”.
Avrà seguito la polemica sugli F35. Che idea si è fatto?
“Una discussione generata da chi non sa neanche di cosa parla. Sono tutti parvenu che si improvvisano esperti. La verità è che è un ottimo areo, che serve alla difesa del Paese e a noi perché dà lavoro. Realizzare il programma significa assicurare alle nostre maestranze occupazione per i prossimi 30 anni. Va detto infatti che questi mezzi non esisteranno prima di qualche decina di anni”.
Come imprenditore quali provvedimenti chiederebbe al Governo?
“Semplificazioni. Abbiamo una burocrazia che ci massacra. Le porto un esempio: l’air bag delle auto comuni contiene una piccola capsula esplosiva. Per circolare in Italia si ha bisogno del permesso prefettizio, come se fosse considerata un’arma”.
Sul cuneo fiscale ha qualche richiesta?
“Più che su quello sulle tasse. Sa che qui ad Aprilia paghiamo ancora una tassa su una bonifica avvenuta non so quanti anni fa, mentre a Roma no? È una sciocchezza, sono solo 2mila euro all’anno, ma non ha senso che tocchi solo a noi: non abbiamo tutti diritto a non essere allagati?”.
La pressione fiscale è il vero problema dunque.
“Fatti i conti, si può dire che i nostri utili vanno per un terzo alle banche, anche se è vero che ci restituiscono i soldi – a volte – con il credito, e un terzo allo Stato. Solo l’ultimo terzo va a noi. E non è entusiasmante”.
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