Aria di rivolta in Liberi e Uguali dopo il varo della Giunta regionale da parte del presidente Nicola Zingaretti.
Il blitz di venerdì non è piaciuto per niente dai vertici del partito guidato da Grasso ed è stato vissuto come una forzatura frutto di un decisionismo padronale in stile renziano. Sabato c’è stato un incontro tra i dirigenti nazionali per individuare il nome da proporre al presidente per l’incarico di assessore, ma, a causa dei forti malumori, non è stata presa alcuna decisione.
Forse il nodo sarà sciolto lunedì mattina nel corso di un secondo vertice. Zingaretti attende una risposta entro la serata per presentare cosi la Giunta al completo nella prima riunione del nuovo esecutivo programmata per domani martedì. Sul tavolo ci sono i nomi di Paolo Cento proposto da Si, il dirigente di Mpd Piero Latini ma anche dell’ex deputato Miguel Gotor pupillo di Bersani, e infine, in mancanza di accordo si parla di un tecnico. Mentre in Leu si cerca, con difficoltà e vecchi metodi, un nome che metta d’accordo tutte le componenti, sale però il termometro dell’insoddisfazione e prende corpo l’ipotesi di uscire dalla maggioranza non per una ragione di posti al sole ma per una di carattere politico.
L’accusa a Zingaretti è quella di non aver rispettato gli accordi e di aver varato una riedizione del quadro politico precedente senza nessuno dei segni di discontinuità chiesti e accordati nelle lunghe trattative che hanno preceduto la firma dell’intesa con la sinistra.
Tra questi l’affidamento di un ruolo strategico agli uomini di Leu, come la vice presidenza o la sanità. Con l’accelerazione della scorsa settimana Zingaretti invece ha rinnovato l’incarico di vice presidente, “ormai un abbonamento” dicono a Leu, al fidato Massimiliano Smeriglio, e nominato assessore alla sanità, il primo dopo 10 anni di commissariamento, Alessio D’Amato che dal 2013 ha coordinato la Cabina di regia. Due fedelissimi, che hanno pero il limite di essere, seppur per ragioni diverse, assai divisivi. A Leu Zingaretti ha lasciato la possibilità di occupare lo strapuntino dell’assessorato alla cultura, sport e politiche giovanili. Un ruolo ritenuto più che marginale, anzi quasi offensivo a fronte degli 80mila e più voti portati in dote e che sono stati, secondo i dirigenti di Leu, fondamentali per ottenere una vittoria seppur stentata.
L’ipotesi che circola, anche se ancora minoritaria, è quella di lanciare addirittura una raccolta di firme tra gli iscritti per sostenere l’uscita dalla maggioranza. Una ipotesi drammatica visto che in Consiglio regionale la coalizione del presidente già non ha i numeri sufficienti per essere autonoma, e senza l’apporto del consigliere di Liberi e uguali si indebolirebbe ulteriormente. Probabilmente i malumori non supereranno il livello di guardia e resteranno allo stato gassoso di borbottio diffuso alimentando però il disincanto. Un nome alla fine uscirà fuori e Leu, giocoforza,si adatterà alla situazione facendo buon viso a cattivo gioco.
Zingaretti oggi è l’unico leader credibile di una sinistra frastornata ed uscire dalla maggioranza condannerebbe il partito di Grasso ad un destino di irrilevanza. Dunque si resta insieme con le regole d’ingaggio dettate dal presidente e che premiano gli uomini del cerchio magico. Resta il fatto che quello che doveva essere un nuovo centro-sinistra griffato Zingaretti ad oggi è solo un modello graffiato. Manca la maggioranza in Consiglio, la Giunta non è completa, la sinistra è frustrata e sul piedi di guerra. Una situazione in bilico che fa pensare ad un famoso film di Massimo Troisi: “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”.

