Un tempo, quando un fulmine cadeva e colpiva il terreno, per gli antichi romani poteva non avere lo stesso significato che gli attribuiamo noi oggi. Anzi, la folgore poteva addirittura essere interpretata come il segno di un intervento divino e ciò che era successo doveva essere trattato secondo precise regole rituali. È quanto testimonia una lastra di marmo di appena 40 per 35 centimetri riportata alla luce, quasi intatta e ancora nella sua posizione originaria, a Villa Adriana, a Tivoli, nell’area del cosiddetto Anfiteatro, dove sono in corso nuove indagini archeologiche.
Perché a Roma i fulmini venivano “seppelliti”?

Sulla lastra risultano incise due righe in lettere capitali: FVLGVR SVBMANIVM. L’iscrizione identifica un fulmine attribuito a Summano, divinità romana associata alle folgori notturne. Secondo la tradizione, infatti, i fulmini diurni erano ricondotti a Giove, mentre quelli caduti durante la notte appartenevano ad un altro dio. Il ritrovamento è avvenuto all’interno di una piccola struttura quadrangolare realizzata con elementi di tufo legati da malta, nel settore compreso tra l’Anfiteatro e il banco di tufo. Si tratta di una scoperta a dir poco importante e che arriva, tra l’altro, a ridosso della riapertura delle Terme di Traiano, in cui sono stati riportati alla luce manufatti storici, affreschi e mosaici mai visti prima.
In passato, un luogo raggiunto da un fulmine non era considerato semplicemente teatro di un fenomeno naturale, ma diventava religiosus, cioè legato alla sfera divina. Il punto dell’impatto veniva quindi sottoposto ad uno specifico rituale. Era quello che veniva definito il “fulgur conditum”, letteralmente il “fulmine sepolto”. Gli elementi interessati dalla folgore venivano raccolti e deposti nella terra, il tutto accompagnato dalla recitazione di formule e dal compimento di sacrifici. L’area poteva essere delimitata e segnalata attraverso un bidental, ossia uno spazio sacro collegato proprio all’evento.
Lo scavo è stato condotto dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, sotto la direzione dell’archeologo Fabio Giorgio Cavallero, su concessione del Ministero della Cultura e in collaborazione con l’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este. Le ricerche proseguono un’attività avviata nel 2024, quando proprio in questo settore erano emerse le strutture di un grande complesso di epoca adrianea fino ad allora non documentato, per cercare di ricostruire la storia di un sito che sembra avere ancora molto da raccontare.
(L’immagine di copertina è stata realizzata attraverso un software di IA generativa)


