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Arriva nelle sale “Il passato”: il dramma familiare di Asghar Farhadi

di Stefania Pizzi

Marie vive in Francia con le sue due figlie Lucie e Léa, insieme al compagno Samir che a sua volta ha a carico il figlio Fouad e una moglie in coma (per tentato suicidio). Dall’Iran arriva Ahmad, l’ex marito di Marie, per formalizzare il divorzio dopo 4 anni di separazione. Il racconto mostra il presente di questa famiglia allargata, non priva di forti lacerazioni interne, e arriverà a svelare cosa si cela dentro e dietro rapporti affettivi apparentemente risolti. Asghar Fahradi è un fine narratore e regista. Non solo: ricama e plasma ottimamente la propria creatura dopo averla costruita e ideata nei minimi particolari, con una accuratezza quasi maniacale per i dialoghi, per la parola. Ovviamente, quando possibile, un eccellente direttore d’orchestra si serve di solisti eccellenti oppure porta a tale livello attori dotati. E qui egli dirige Bérénice Bejo, la brava protagonista del sopravvalutato The Artist (2011), premiata a Cannes 2013 come migliore attrice, Ali Mosaffa, incredibilmente somigliante al protagonista del precedente Una separazione (2011) dello stesso Fahradi, eccellente nella sua pacatezza e mimica, e non ultimo, Tahar Rahim, gigantesco protagonista ne Il profeta (2009) del regista francese Audiard.

asghar farhadi ape

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Essi donano un’anima straziante di sconvolgente bellezza e finezza all’ultima fatica del regista iraniano, che conduce lo spettatore nei meandri psicologici maschili e femminili di una coppia che alla fine si rivela un triangolo. Marie vive con l’attuale compagno Samir un rapporto difficoltoso a causa di due presenze ingombranti: Léa, la figlia di Marie e la moglie di Samir ricoverata in coma all’ospedale per tentato suicidio, conseguenza di una forte depressione. Di qui la storia svela e rivela risvolti nascosti, sotterfugi, ripicche e gelosie che solo alla fine saranno palesi. E il regista, attraverso dialoghi anche estenuanti, confessioni rabbiose, confronti violenti, racconta la sofferenza e la gelosia della giovane adolescente che non sopporta più l’alternarsi di troppi uomini nella vita della madre.

Sofferenza che si fa cattiveria di fronte all’egoismo di una madre concentrata su se stessa e su un nuovo legame con un uomo che non è libero né sentimentalmente né spiritualmente. Un non troppo velato senso di colpa della coppia per aver, forse, causato l’insano gesto della donna aleggia da metà film in poi. L’inadeguatezza educativa di genitori confusi che affrontano la vita con fatica, poiché non sanno o forse non vogliono ascoltare la voce, saggia e pura, dei più piccoli (Samir è l’unico che si pone all’altezza del proprio figlio per ascoltarlo, vedi la scena in metropolitana) viene mostrata, non giudicata. Un’umanità varia, colta nella parola, nello sguardo, e soprattutto nei silenzi che Fahradi gestisce con una maestria straordinaria (i minuti di silenzio che scorrono fra i due uomini seduti al tavolo in una delle scene più toccanti del film) senza preoccuparsi di riempire uno spazio con inutili suoni.

Se in About Elly (2009) il regista dipinge un film corale, in Una separazione mostra uno spaccato della società iraniana, qui ci lascia ammirare il quadro di una famiglia allargata e squarciata dal rancore e dall’impotenza dentro una società occidentale e multietnica come quella francese. Su tutto questo si erge Ahmid, il marito del passato, paziente, saggio, forte e fragile, che ha scelto di tornare a vivere nel suo Iran, ma che si fa invischiare nella trama complessa della donna. Il passato è un nodo che non si scioglie a comando, sembra raccontarci l’ultima scena del film: Samir racchiude la mano della moglie in coma nella sua, sperando in un segno vitale…..che tenue arriverà.