di Stefania Pizzi
Per raccontare DISCONNECT, la seconda opera del regista americano Henry-Alex Rubin in uscita il 9 Gennaio nelle sale italiane, è opportuno cominciare dai tre pilastri protagonisti della narrazione ovvero Frank Grillo (il papà vedovo incapace di esser tale col proprio figlio), Jason Bateman (il papà col figlio in coma) e la brava Andrea Riseborough (ottima protagonista del thriller inglese DOPPIO GIOCO-LA VERITÀ SI NASCONDE NELL’OMBRA) nei panni della giornalista in cerca di scoop: tre ottimi interpreti. Per il resto, oltre ad un montaggio davvero accattivante nulla più. Peccato.
La materia da plasmare si presentava più che interessante, se non fosse che la prevedibilità e la scelta di soluzioni discutibili, soprattutto nel finale, hanno reso il prodotto ordinario e dimenticabile. L’analisi dei pericoli, più che delle bellezze della globalità della Rete, inizia incuriosendo lo spettatore e il procedere serrato mostrando le quattro vite parallele di altrettanti personaggi è una soluzione che rende densa e mai monotona la narrazione. Tali esistenze restano in vari modi imbrigliate nella rete….della Rete: essa ha il potere grande di abbracciare, consolare, diventare confidente e rendere invisibile e onnipotente chi se ne serve. Ma, sembra voler sottolineare il regista, il pericolo (aggiungerei grazie all’ingenuità e alla fragilità dell’utente) è dietro l’angolo soprattutto se si è varcato il limite o se ci si è messi troppo a nudo, vale a dire se da semplici utilizzatori si è passati a dipendenti e vittime del meccanismo web.
I due ragazzi adolescenti, ad esempio, iniziano per gioco a simulare ciò che non sono e chattano con Ben che, sentendosi considerato e attratto da una virtuale ragazzina inesistente, osa ciò che mai avrebbe immaginato di poter fare: postare in rete una sua immagine intima. Essa però viene immediatamente e crudelmente data in pasto al web che a questo punto ingoia sentimenti, intimità e illusioni. Ben tenta il suicidio. Tale filo narrativo si intreccia con uno degli altri principali filoni, e insieme sono i più riusciti ed emotivamente coinvolgenti del film. Sociologicamente il tema è impressionante per attualità e diffusione. Il regista però, evitando anche la scazzottata finale dal retrogusto americano, così come la reazione armata stile marines stelleestrisce di uno dei protagonisti, avrebbe potuto fornire un ritratto più coinvolgente e convincente di un soggetto che, ora, esige originalità e urgenza nella sua trattazione.

