Locke di Tom Hardy ha convinto la critica e si è aggiudicato un posto tra le sorprese insperate del Festival nonostante non sia in concorso. E’ l’opera seconda di Steven Knight e potrebbe sintetizzarsi come ‘dramma da auto’, anzichè dramma da camera. Per 84 minuti vediamo solo il protagonista – l’attore emergente inglese Tom Hardy, visto tra l’altro in Batman – che guida e parla al telefono. Nell’ordine: con casa, prima con uno dei figli che sta seguendo in tv una partita e lo aspetta per cenare con birra e salsicce, poi con la moglie Katrina che ha appena scoperto di essere tradita. Poi con Bethan, il sesso di una notte, quanto basta per restare incinta e chiedergli di essere presente al parto. Poi il lavoro: Ivan Locke dovrebbe seguire l’organizzazione di una colata storica di calcestruzzo, lo stesso che serve per gettare le fondamenta della nuova casa. Ma anche qui le cose non vanno come aveva organizzato. Le telefonate si susseguono, Locke non perde la calma in questa notte malinconica e dolente, in cui bisognerà fare scelte o subirne.

