di Stefania Pizzi
Gli Oscar sono alle porte, e cercare di capire e di indovinare a chi andrà l’ambita statuetta per la categoria Miglior Attore Protagonista, è cosa ardua. Dopo aver visto NEBRASKA di Alexander Payne, con il candidato 77enne Bruce Dern lo è ancor di più. E dopo aver raccontato di Jordan/Di Caprio ne THE WOLF OF WALL STREET di Martin Scorsese (articolo del 22 gennaio scorso), pur strepitoso e bravo nella sua totale mancanza di misura; dopo aver disquisito (articolo del 31 gennaio) dell’ottimo Ron/McConaughey in DALLAS BUYERS CLUB, magnifico film-verità di Jean-Marc Vallée che (a parere di chi scrive) è da Oscar per film e interpretazione maschile, questa storia padre/figlio raccontata in un bianco e nero che risucchia lo spettatore come una calamita, è malinconica e in quanto tale lascia traccia profonda.
Nell’anima di chi la vede, non nella mente o nel cuore. Non commuove né intenerisce vedere Woody/Dern nelle sue continue fughe altrove. Né fa riflettere poi tanto una senilità accentuata, esibita in tratti fisici come la sordità o la confusione mentale. Quella di Woody, e del figlio David, è una condizione umana riflessa sullo schermo e in chi guarda con apparente freddo distacco, raccontata con tagliente lucidità senza accenti forzati o patetici per catturare il cuore o provocare la lacrima. Il regista Payne, che già aveva adottato il registro dell’ironia nel dramma doloroso/buffo PARADISO AMARO, qui lo fa con grandiosità e sottile maestria, a piene mani. I personaggi, neanche troppo secondari per l’economia della storia, del figlio David e della moglie Kate sono straordinarie spalle del protagonista e reggono il film con dialoghi superbi.
La stanchezza, la franchezza, l’onestà immorale di Woody restano attaccate e impresse, profonde e vere. Così come, ma solo per intensità e null’altro (anche il film non é un capolavoro nel senso globale del termine) resta da citare l’interpretazione dell’altro candidato maschile Solomon/Chiwetel Ejiofor in 12 ANNI SCHIAVO, tratto da una storia vera di un uomo nero libero, rapito e segregato per 12 anni nel 1841, che si presenta agli Oscar con ben nove candidature. Regia e sceneggiatura scivolano via senza sussulti, la scelta di mostrare torture e lasciare intendere deprecabili stupri é quanto mai insistita, ma apprezzabile e giustificata per i fini della messa in scena.
L’outsider, ultimo candidato per la Miglior Interpretazione Maschile, appartiene ancora (e tale é considerata anche la protagonista, superba e fascinosa Amy Adams) ad AMERICAN HUSTLE, commedia di gangster e poliziotti apparentemente furbi, ma un bel po’ ingenui, di David O. Russell. Lui é un ingrassato Irving/Christian Bale con tanto di parrucchino e un caleidoscopio espressivo notevole. La forza, oltre che nella regia originale e nella solida sceneggiatura, risiedono in una prova attoriale di alta qualità. Un film corale cui Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e Robert De Niro regalano una sorprendente consistenza. Ovviamente l’unico vero divo di questa parata americana è…Leo Di Caprio!
