di Stefania Pizzi
Passato al Festival di Toronto e di San Sebastian, Prisoners, del regista canadese Denis Villeneuve, mescola thriller, giallo e horror psicologici con piglio sicuro e discreta maestria. L’intreccio filmico scioglie i nodi permettendo allo spettatore di comprendere, non senza difficoltà, tutta la costruzione narrativa solo alla fine; poiché cogliere il senso della storia non rappresenta qui la lineare chiusura di un cerchio – vedi il recente britannico BLOOD (regia di Nick Murphy, 2013) simile per alcuni tratti iniziali – bensì è come avere una visione globale di una densa ragnatela sulla quale per oltre due ore si stende una fitta coltre di nebbia – vedi piuttosto il grandioso MYSTIC RIVER (regia di Clint Eastwood, 2003).
Il detective Loki, dall’acuto fiuto investigativo (interpretato da un ingrassato, sornione e superbo Jake Gyllenhaal) segue il rapimento di due bambine scomparse insieme, mentre erano casualmente da sole per strada. Il padre di una di queste, un Hugh Jackman in gran spolvero, punta la sua attenzione morbosa su un ragazzo instabile, prima sospettato poi rilasciato dalla Polizia, un tale Alex Jones: pervaso da una forte rabbia vendicativa il padre protagonista lo rapisce, lo nasconde e inizia a torturarlo per cavargli di bocca la confessione di colpevolezza, accecato dalla certezza che lui nasconda le due piccoline.
I genitori dell’altra bimba diventano suoi complici, non vessano mai direttamente la loro vittima, ma non si oppongono a tale scelta. Una brava e intensa Viola Davis, madre dell’altra bambina, incarna il dolore rabbioso che mai la schiaccia o la mette in ginocchio (come avviene invece per la mamma dell’altra bimba) e il suo sguardo racconta il sentimento del dubbio, chiave interpretativa del film: è lecito farsi giustizia da sé invasi dalla disperazione di subire la perdita di un affetto oppure il fine NON giustifica i mezzi? Le tracce e gli indizi vengono disseminati con sapienza gradualmente scena per scena: lo spettatore che va di pari passo con Loki, cioè non sa chi é il colpevole, si mantiene sul filo razionale delle indagini e su quello fortemente emotivo della tensione dell’attesa.
Qui risiede la bellezza di PRISONERS, e anche nello scambio fra vittima e carnefice continuo: chi è stato vittima diventa carnefice oppure il contrario…. Il bene e il male sono al di qua e aldilà, perciò il caos morale prende il sopravvento. La scena del prete ubriaco che si è fatto giustizia da sé nascondendo un cadavere nella cantina della propria abitazione svela che i punti di riferimento e le certezza granitiche di un tempo non ci sono più. Nonostante qualche cliché e stereotipo facciano capolino (la vecchia madre sembra la mamma di Norman Bates di PSYCHO tanto è artificiosa nell’aspetto) PRISONERS merita la visione.















