Le cellule T danno un’immunità contro il coronavirus. Le nuove scoperte
Le cellule T sono la strada contro il coronavirus, una protezione duratura. Eppure restano un argomento su cui si sorvola.
Una recente ricerca di Nature ripropone il tema. Se le cellule T rimangono attive nel corpo umano di ognuno, ha spiegato l’immunologo John Wherry dell’Università della Pennsylvania a Filadelfia, potrebbero proteggere da gravi malattie tra cui l’assalto dell’attuale virus e farlo per diverso tempo.
Ma nel caso del Covid 19, le cellule T killer potrebbero fare la differenza tra un’infezione lieve e una grave che richieda cure ospedaliere, sostiene l’immunologa del Karolinska Institute di Stoccolma Annika Karlsson: “Se sono in grado di uccidere le cellule infettate dal virus prima che si diffondano dal tratto respiratorio superiore, ciò influenzerà la tua sensazione di malessere“. Ecco forse perché qualcuno si infetta gravemente e qualcun altro no. In questo modo potrebbero anche ridurre la trasmissione limitando la quantità di virus che circola in una persona infetta, il che significa che la persona diffonde meno particelle di virus nella comunità.
La certezza ormai è che esista una memoria preesistente di cellule T nel 20-50% delle persone. In questo senso ci si sta sempre più orientando sullo studio delle cellule T, per comprendere come uscire dall’attuale pandemia e aggredire anche le varianti, al centro della fase attuale.
Le cellule T sono in grado di riconoscere il virus, probabilmente a causa della precedente esposizione ai comuni coronavirus freddi. La risposta immunitaria a diverse componenti, col vaccino, in modo naturale come reazione o con le cure utilizzate, possono garantire una protezione delle persone.
I coronavirus umani oggi sono 7, diffusi in tutto il mondo, identificati già dagli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso. Ma le cellule T non prevengono l’infezione, perché entrano in azione solo dopo che un virus si è infiltrato nel corpo: sono importanti per eliminare un’infezione che è già iniziata.
*BRPAGE*Le cellule T contro le varianti del coronavirus e l’efficacia dei vaccini in alcuni casi svanisce
Diversi ricercatori, tra cui quelli citati dallo studio di Nature, hanno analizzato i dati degli studi clinici per diversi vaccini contro il Coronavirus, per cercare indizi sul fatto che la loro efficacia svanisca di fronte alla variante 501Y.V2. Finora, almeno tre vaccini: un vaccino proteico prodotto da Novavax di Gaithersburg, nel Maryland, un vaccino a iniezione singola prodotto da Johnson & Johnson di New Brunswick, New Jersey, e un vaccino prodotto da AstraZeneca di Cambridge, Regno Unito, e l’Università di Oxford, Regno Unito, sono stati meno efficaci nel proteggere dal Covid-19 lieve in Sud Africa, dove domina la variante 501Y.V2, rispetto ai Paesi in cui tale variante è meno comune.
Quindi con uno studio più approfondito sulle cellule T si potrebbe arrivare a vaccini più efficaci.
Una delle ricercatrici che ha maggiormente contribuito a questa scoperta è Alba Grifoni, romana che lavora nel laboratorio di un collega, anche lui di origini italiane, Alessandro Sette del Centro per l’autoimmunità, l’infiammazione, le malattie infettive e la ricerca sui vaccini de La Jolla Institut di San Diego. Anche il professor Anthony Fauci, ha confermato che questo tipo di “lavoro è quello che dobbiamo davvero portare avanti”.
La scoperta fondamentale di Grifoni è che il 50% delle persone non esposte a Sars-CoV-2 ha già cellule T in grado di riconoscere il virus. I test di ricerca effettuati da La Jolla Institut sono stati eseguiti soprattutto su pazienti in California (95%). I campioni di sangue sono stati raccolti 20-35 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi da pazienti Covid-19 non ospedalizzati che non erano più sintomatici.
Il sistema immunitario è molto flessibile. Ma la reattività persistente è un’arma che si potrebbe usare come mezzo per proteggere numeri più vasti di popolazione e uscire da questa fase.
E’ lo stesso processo che all’inizio della pandemia ci aveva segnalato il professore Giulio Tarro dopo aver appreso di tantissimi casi di persone in Corea del Sud che colpite dalla prima Sars nel 2003, grazie alla presenza delle cellule T, non si reinfettavano con l’attuale Sars-Cov-2.


