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formazione mediatore
 

Di Maria Martello*

I corsi di alfabetizzazione alla relazione con gli altri sono un buon sistema per recuperare capacità poco sviluppate.

Se strutturati in modo composito, per la presenza contemporanea di corsisti appartenenti a diverse fasce d’età e a mondi diversi permettono un maggiore scambio tra persone unite dagli stessi bisogni primari, nonostante la disparità di ruoli, di vissuti. La metodologia più idonea è quella che alterna momenti teorici ad altri sperimentali e operativi. Che dà molto peso metodologico al “gioco”.

L’esperienza ci conferma quanto siano efficaci tali corsi, per il solo fatto che coloro che riescono a prendere la decisione di seguirli, poi, stanno bene e lo dimostrano partecipando con grande coinvolgimento e con un impegno mai speso prima negli altri settori di attività.

Mentre imparano le regole del linguaggio relazionale nel gruppo, i partecipanti scoprono che possono traslarle in ogni contesto di vita – lavorativo, sociale, personale - ma che soprattutto possono applicarle al rapporto con se stessi. Scatta quindi il massimo beneficio. Avviene il miglior investimento.

Si innesca un circuito virtuoso che crea benessere e  si sostituisce a quello vizioso in cui sembra si indirizzino le proprie energie ad alimentare il malessere degli altri, per poi riceverne risposte congruenti, amplificate nella loro pesantezza e nel loro groviglio.

 

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Sembra abbastanza condivisibile che una buona capacità di gestire le relazioni sia una componente irrinunciabile per l’uomo che vive nell’attuale complessità sociale: acquisirla significa poterla sviluppare con sistematicità; e non da soli, ma con un gruppo che dia concreti feedback, che impedisca di rifugiarsi in un immaginario dover essere, nel quale si vogliano in realtà concretizzare i propri egoistici interessi. Agirla permette certamente di ridurre le situazioni di conflittualità e, quando queste comunque accadono, di superarle al loro nascere. Nei casi più complessi di contrapposizione in cui, essendo direttamente coinvolti, si ha bisogno di chi riesca a oggettivare i vissuti conflittuali, si sceglierà non la via della contrapposizione, ma del dialogo, gestito ad un livello più alto di specializzazione, quello che può garantire il mediatore esperto.

Sono un’occasione per iniziare una sistematica scoperta di quanto sia delicato il benessere relazionale, di come sia facile perderlo quando per incanto lo si abbia, di quale ricchezza ci si appropri già a seguito di una prima alfabetizzazione emotiva. L’educazione alla relazione può essere inserita nel curriculum scolastico in modo verticale, dalla prima elementare all’ultimo anno della scuola superiore. Infatti, la competenza che le relazioni ci richiedono, l’opportunità, anzi la necessità di abbandonare gli adolescentismi - che a volte durano tutta una vita - e diventare adulti effettivamente, si sviluppa così come l’intelligenza razionale e il bagaglio delle conoscenze. Non si può lasciare all’occasionalità, allo spontaneismo qualcosa di tanto vitale.

Può accadere che vi sia chi in modo innato abbia molto sviluppata la capacità di relazionarsi. Ebbene, questi, educato alla relazione, diventerà ancora più abile e più recettivo verso ciò che la vita stessa, l’esperienza gli offrirà: come un “superdotato” capace da sé di apprendere da molte altre fonti che eccedano dal normale percorso scolastico. Ma la scuola serve  alle tante persone normali che la frequentano e, soprattutto ai più deboli, per i quali  - tutti  ne siamo convinti - non è pensabile una crescita serena senza un apprendimento strutturato. La stessa cosa vale per le capacità di relazionarsi. E non è mai troppo tardi per imparare. Per gli adulti è il miglior master regalato alla propria vita.

Il progetto di formazione è sperimentabile in vari contesti, con l’avvertenza che l’efficacia è correlata alla solidità del conduttore. Infatti, non è possibile aprire al mondo emotivo solo sulla base di una buona competenza teorica, occorre competenza metodologica, creatività per saper adattare la proposta ai bisogni sempre diversi dei partecipanti, fantasia nel trovare la proposta operativa rispondente all’esigenza del gruppo in un preciso momento, lasciando sullo sfondo quanto didatticamente preventivato e predisposto. Ma, soprattutto, occorre una personale consapevolezza del proprio mondo interno, una intelligenza completa, armonica, sia nella sua componente razionale, sia nella sua componente emotiva: quella da porre al servizio di questa. Solo attraverso un lavoro personale preventivo si raggiungono gli scopi per cui si guida il percorso di formazione: altrimenti se ne ha un feedback negativo, si creano problemi o si acuiscono quelli  di chi vi partecipa cercando una soluzione, mentre si incrementano i propri; si sollecita l’espressione di  sofferenze che non si sanno accogliere, né tantomeno far elaborare, e che invece si assorbono personalmente. La scarsa incisività della conduzione può rasentare il rischio di danneggiamento, in corsisti che vivono una condizione di equilibrio precario, all’insegna di una sofferenza con cui hanno imparato a convivere, delle loro strutture di sopravvivenza. Determinante quindi organizzare e fruire questi corsi, come determinante saper scegliere chi li guiderà.


* Docente di Psicologia dei rapporti interpersonali. Formatrice A.D.R. Mediatrice dei conflitti. Autrice di Sanare i conflitti (Guerini e Associati Editore, Milano, 2010) nonché di Oltre il conflitto; Intelligenza emotiva e mediazione (McGraw-Hill, Milano, 2003); Conflitti, parliamone. Dallo scontro al confronto (Sperling e Kupfer, Milano, 2006); Mediazione dei conflitti e counselling umanistico. Lo spazio della formazione (Giuffrè, Milano, 2006); L'arte del mediatore dei conflitti Protolli senza regole, una formazione possibile (Giuffrè, Milano, 2008); Educare con SENSO senza disSENSO. La risoluzione dei conflitti con l'arte della mediazione (Franco Angeli, Milano, 2009); Mediatore di successo. Cosa fare/Come essere (Giuffrè Editore, Milano, 2011).

www.istitutodeva.it
maria.martello@tiscali.it

 




 

 

 

 

 

 

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