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Di Maria Martello*

 

 

La cura di sé ha radici antiche, ma diventa tale solo se l’individuo è adulto, e non necessariamente per un fatto anagrafico, ma per un percorso di graduale crescita interiore, in cui è egli stesso a “darsi nutrimento”, ad essere in grado di proteggersi senza escludere il rapporto con “l’altro”.  Se, quindi, prendersi cura di un altro, soprattutto il più debole, è un gesto spesso istintivo, sicuramente semplice per chi si sente in grado di farlo, prendersi cura di sé è faticoso, impegnativo e richiede un forma di responsabilità verso di sé, una sorta di spazio riservato che va coltivato, protetto e mantenuto. E se il nutrimento ci fa vivere, camminare, curare se stessi ci dà l’energia per proseguire il cammino, per avere “la forza” di stare con gli altri, senza farci prendere dagli altri.

 

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Cosa significa avere “cura di sé”?  E’ una domanda da antichi filosofi, da quando si scopre l’interiorità dell’uomo ed il suo rapporto complesso con la realtà esterna. Una questione che s’incrocia con quella della libertà: conoscersi per vivere, scoprirsi nel mondo con la coscienza viva di ciò che siamo e la capacità di mantenerci autentici in qualsiasi esperienza di vita. Non è poco se pensiamo che all’ingresso dell’antico tempio di Delfi, oltre al principio del “nulla di troppo” c’era quel principio che poi Socrate rese celebre nei suoi discorsi: conosci te stesso. Non un semplice proverbio, ma un valore religioso, spirituale, una legge di vita. Conosci te stesso equivaleva al “cura te stesso”, come dimensione fondamentale del vivere in un mondo che si sentiva precario, casuale e caotico in preda a divinità capricciose o per dirla con Epicuro, “indifferenti”. La solitudine dell’umanità era non solo sentita, ma teorizzata come condizione fondamentale per rivolgere lo sguardo dentro di sé. Mantenere libero il proprio spazio interiore, non farsi trascinare dalla corsa verso la fine, rimanere saldi sul proprio territorio. Del filosofo Seneca si racconta che, come ripeteva spesso nei suoi scritti (1), vivesse ogni giorno come l’ultimo, facendo quotidianamente il bilancio della propria vita. E questo era ancora più comprensibile nella lenta scansione del giorno nelle sue diverse fasi: mattina, metà del giorno, tramonto, sera. La cura di sé richiedeva, infatti, tempi lenti e spazi ampi sia per la riflessione che per la pratica ed era comunque una prerogativa del saggio. In una società in cui la precarietà della vita, la fragilità della condizione umana erano accettati ed assunti come base di partenza per dare senso alla propria vita, avere attenzione per sé significava trovare una forma di difesa verso un mondo che non si capiva fino in fondo se non come un grande caos in trasformazione.

In tutto il mondo antico curare se stessi rappresentava la forma più alta di libertà individuale con una finalità ben definita: affrontare la paura della morte (2). Da ciò il significato originario della parola “cura” di attività intensa, piena di impegno, “affannosa” quasi, per tenersi saldi in una realtà incerta e mutevole e con il peso continuo della fine che incombe. Curare se stessi è, quindi, da tempi lontanissimi un’esigenza dell’uomo, che nasce quando si prende coscienza dell’estrema precarietà e fragilità dell’esistenza. Quel tipo di atteggiamento, culturale, verso di sé e verso il mondo aveva però una prerogativa: il trovare una soluzione nel distacco dal mondo. L’indifferenza come massima forma di saggezza e di cura di sé: la difesa assoluta del proprio io dal mondo esterno, nessuno escluso, gli altri, le emozioni, le gioie ed i dolori, la rabbia e la calma, l’odio e l’amore. Un’umanità che si cura da se stessa, per non soffrire piuttosto che per soffrire di meno. Un questione complessa che ancora la nostra società occidentale, figlia della cultura greca e latina, che accetta la sfida della sofferenza, e cerca di vincerla in vari modi, non ha risolto del tutto. Nelle tragedie greche, infatti, il dolore era la forma più alta di conoscenza, secondo il principio dell’ “impara soffrendo”. Contraddizioni inevitabili anche queste.

Se la cura di sé, dunque, è vissuta come atto estremo di difesa, il rischio è che determini un distacco dal mondo sempre più netto, una forma di indifferenza che congela le emozioni, che basa l’equilibrio non tanto sulla conquista dell’autonomia quanto sul consolidamento di un’indipendenza persino da noi stessi, o, almeno, da quella parte di noi più debole, fragile, aperta al dolore: la parte, appunto più vera ed emozionale. Il rischio è che la cura diventi malattia: senza sintomi precisi, un lento, graduale, scivolare nel distacco, dal mondo e dagli altri, da cui a volte è quasi impossibile uscire. La cura di sé richiede coraggio per affrontare i propri bisogni (il miglioramento ce lo dobbiamo conquistare), consapevolezza del proprio valore, audacia (del cambiamento e della creatività) nel sovvertire la quotidianità asfissiante, la sensibilità  (che va  riconosciuta ed esercitata)  per cogliere i piaceri anche i più piccoli della vita. In altre parole tutto questo si chiama forza per vivere.Nessuno meglio di ciascuno può fare luce sui suoi bisogni profondi, darne ascolto e cura  e perseverare in questo  fino alla salvezza  nostra e degli altri. Questo significa che, una volta fatta chiarezza sui nostri bisogni, ci assumiamo la responsabilità di realizzarli, anche attraverso azioni, parole e gesti che prima non avevamo osato fare. Significa anche dire “no”, parola breve e rivoluzionaria che va usata sempre con grande attenzione. Spesso, infatti, quando spostiamo lo sguardo dall’esterno verso l’interno e ci concentriamo su quello che siamo e che vogliamo, si aprono scenari incredibili: una varietà di bisogni, possibilità e potenziali vie da percorrere. Ed allora qualche no bisogna dirlo, soprattutto a chi ci nega il diritto di esistere o di essere noi stessi. E’ un no che aiuta anche l’altro a capire e che naturalmente, come tutti i passaggi, presuppone piccole grandi forme di dolore.

Solo in questa ottica la relazione con se stessi è non solo una continua ricerca e scoperta, ma anche un modo per entrare nel mondo dell’altro. Solo l’ascolto vero di sé consente quello degli altri, la consapevolezza dei nostri bisogni ci permette di riconoscerli negli altri.


(1)In particolare Seneca, Epistole a Lucilio, Milano, Rizzoli, 1994

(2) Su questo punto si veda  M. Foucault, L'etica della cura di sé come pratica di libertà, p. 276.

 


 

* Docente di Psicologia dei rapporti interpersonali. Formatrice A.D.R. Mediatrice dei conflitti. Autrice di Sanare i conflitti (Guerini e Associati Editore, Milano, 2010) nonché di Oltre il conflitto; Intelligenza emotiva e mediazione (McGraw-Hill, Milano, 2003); Conflitti, parliamone. Dallo scontro al confronto (Sperling e Kupfer, Milano, 2006); Mediazione dei conflitti e counselling umanistico. Lo spazio della formazione (Giuffrè, Milano, 2006); L'arte del mediatore dei conflitti Protolli senza regole, una formazione possibile (Giuffrè, Milano, 2008); Educare con SENSO senza disSENSO. La risoluzione dei conflitti con l'arte della mediazione (Franco Angeli, Milano, 2009); Mediatore di successo. Cosa fare/Come essere (Giuffrè Editore, Milano, 2011).

www.istitutodeva.it
maria.martello@tiscali.it

 

 

 

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