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Costume

 

Questo documento sul tema delle famiglie monoparentali è stato inviato alla Presidente della Camera Laura Boldrini, che lo ha trasmesso alla Commissione competente.

Il genitore può ritrovarsi solo per varie ragioni, più spesso si tratta di una condizione che segue un divorzio, ma può accadere per una gravidanza extraconiugale o per un avvenimento imprevedibile come la morte di uno dei  genitori. Di solito è la mamma a gestire la prole da sola, ma negli ultimi anni sta aumentando il numero di padri che allevano i figli da soli. In Italia la legislazione tende ad uniformare le famiglie con un solo genitore ai nuclei familiari più grandi, ma questo tipo di famiglia andrebbe tutelato diversamente. 

Immacolata Cusmai - Presidente Rete Interattiva - Milano

Anna Consoli - Responsabile ufficio stampa Rete Interattiva - Milano

Barbara La Rosa - Presidente Empatia Donne - Roma

Valentina Pappacena - Presidente Valore Donna - Latina

 

E’ giunto il momento di affrontare la questione dei figli di genitori separati proponendo una serie di misure che possano garantire parità di diritti. Le famiglie monoparentali in Italia sono un dramma che coinvolge 5 milioni di persone. Le famiglie italiane con un solo genitore rappresentano una realtà in aumento nella nostra società, famiglie invisibili da parte dello Stato, in particolare donne che si trovano in continuo condizione di precarietà sostanziale e di fragilità sociale. Nuclei familiari che per loro stessa natura sono segnati da indiscutibili elementi di vulnerabilità che toccano trasversalmente vari livelli. Se non porremo rimedio a questo scempio si rischierà di subire ulteriori contraccolpi con relativi effetti a catena devastanti. Occorre predisporre misure di sostegno e interventi mirati utili, servono strutture territoriali più competenti e predisposte all'ascolto attivo ed empatico necessario dopo una separazione dolorosa, specie se accompagnata da violenza psicologica e/o fisica. Le famiglie monoparentali sono composte per l’85% da mamme con uno o più figli (un dato da non sottovalutare, soprattutto nell’ attuale crisi economica – fonte: Istat), disoccupate anche a causa di precedenti scelte, "non ultima, la decisione dei mariti di non farle lavorare una volta sposate per occuparsi della casa e dei figli". Donne di 35-55 anni che si ritrovano a sostenere la crescita di uno o più figli con i soli alimenti disposti dal Giudice durante la separazione, altre vivono senza alcun sostegno, senza un reddito mensile, pellegrinando tra amici, parenti e Caritas, rimediando il necessario per la giornata per sé e per il restante nucleo familiare. Una condizione che alla lunga contribuisce a minare lo sviluppo e l’equilibrio.

Secondo i dati Cisf, mantenere un figlio costa 317,00 euro al mese da 0 a 5 anni, ovvero il 35,3% della spesa familiare totale, considerando “solo i beni indispensabili come l’alimentazione e il vestiario”. I suoi bisogni aumenteranno in base alla sua crescita e di conseguenza crescerà anche il suo mantenimento. Dall’infanzia alla giovinezza il costo medio di accrescimento di un figlio è di media di circa 798,00 euro al mese.

Senza sollevare alcuna discriminazione, la figura maschile ha più facilità nel trovare lavoro, come risulta dalle indagini Istat e Censis. Lo Stato non ha mai voluto affrontare in maniera responsabile il problema, ma ora è giunto il momento di intervenire. L'OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) analizzando la situazione delle famiglie monoparentali, in particolare delle donne sole in Italia e in altri Stati membri dell’ Unione Europea, ha aperto una indagine sul loro legame con la povertà. La Comunità Europea addita sovente l’Italia ritenendolo un Paese ‘ritardatario’ nell’ applicare le decisioni emanate e condivise della UE, tanto da far seguire pesanti penali per le tante negligenze. Le difficoltà di conciliare vita familiare e lavoro sono notevoli per chiunque, proviamo ad immaginare quanto possano esserlo quando una famiglia è composta da un solo genitore. Sfatiamo un luogo comune: si pensa che un genitore solo voglia deliberatamente rimanere disoccupato per trarre impropri vantaggi dal sistema socio assistenziale, niente di più falso, la disoccupazione è dovuta alle discriminazioni datoriali, ai mancati riconoscimenti di protezione da parte dello Stato.

A dirlo è l'Istat che nel suo ultimo studio ha fatto i conti: una donna su quattro, nei primi due anni dopo la separazione, è a rischio povertà, in un rapporto di uno a sei per gli uomini. A fronte di padri che per dare i soldi alla ex moglie vanno a dormire in macchina, l'Istat precisa che le donne separate maggiormente a rischio sono quelle che pagano affitto ma anche quelle non avevano occupazione durante il matrimonio. Va sottolineato e tenuto a mente che la donna, se mamma, non è gradita nel mondo lavorativo del nostro paese e non viene adeguatamente tutelata dall’attuale Welfare. Dallo studio coordinato da Jo Handelsman dell’università statunitense di Yale si smaschera smaschera anche qui la discriminazione. Sono i preconcetti ad orientare chi legge i curricula. «È una situazione che conosciamo bene – afferma Cristina Mangia, presidente di Donne e Scienza – quando entra in gioco la discrezionalità la carriera si inceppa». E ancora Lucia Votano, che dirige i laboratori del Gran Sasso dell’Infn: «Non posso certo dire di essere stata discriminata – afferma – ma una mentalità nascosta, diciamo inconscia, c’è. Alle donne si chiede sempre un po’ di più».

Nonostante le maggiori difficoltà siano delle madri sole, da non sottovalutare i padri. Ci sono tanti bravi padri separati, positivi e volenterosi che si trovano di fronte a notevoli disagi finanziari e logistici. Vero è che negli ultimi anni di è sempre e solo parlato di loro, mettendo in secondo piano la figura che quotidianamente garantiva sostegno, protezione e disponibilità, ma di fatto, ad oggi non esiste una seria legislazione di parità tra le figure genitoriali che decidono di separarsi. Dobbiamo fare fronte comune con le famiglie monoparentali vessate dall'inefficienza, incompetenza, pressapochismo e dalla superficialità del sistema della giustizia familiare che tende a privatizzare sempre di più la procreazione. Adesso le diagnosi di inadeguatezza genitoriale sono diventate di moda.

Esiste un “movimento dei padri separati”, originariamente nato per denunciare il fenomeno delle sottrazioni internazionali di bambini in seguito a divorzi, il quale è diventato un movimento che è arrivato, attraverso una fitta campagna svolta sul web e sui blog, a tacciare le donne che si occupano di diritto di famiglia, minori, violenza di genere, di nazifemminismo. Padri separati con all'attivo processi per maltrattamenti coniugali, che inneggiano a un movimento maschile i cui cavalli di battaglia sono due: la "falsa accusa" - ovvero che la maggioranza delle violenze di genere sono false e che le donne ci marciano - e la Sindrome di Alienazione Parentale (Pas), che fa passare abusi e maltrattamenti in famiglia come invenzioni o esagerazioni del genitore che denuncia abusi in casa e che è, nella stragrande maggioranza, la madre. Ma rivendicare l'affido di un figlio da parte di un padre che ha come obiettivo non l' accudimento ma la risoluzione di un problema economico che lo coinvolge, non è giusto.

Secondo l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità, è violenza domestica “ogni forma di violenza fisica, psicologica o sessuale che riguarda tanto soggetti che hanno, hanno avuto o si propongono di avere una relazione intima di coppia, quanto soggetti che all’interno di un nucleo familiare più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo”. L’OMS ha documentato, a livello mondiale, che gli omicidi delle donne in una percentuale che varia dal 40 al 70% sono commessi da parte dei compagni, mariti, partner. Al contrario, la percentuale di omicidi di uomini commessi da donne che con questi avevano un legame affettivo varia dal 4 all’8%. Statisticamente le persone maggiormente vittimizzate nelle relazioni di intimità sono le donne.

Nel Rapporto Ombra sull’implementazione della CEDAW (The Committee on the Elimination of Discrimination against Women - l'organo di esperti indipendenti che controlla l'attuazione della Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne) in Italia si osserva che «l’attuale disciplina sull’affido condiviso, non prevedendo esplicitamente che nei casi di maltrattamento, abuso dei mezzi di correzione, violenze sessuali, violenze fisiche, deve essere escluso l’affido condiviso, da un lato viola i diritti dei minori a una vita libera da ogni forma di violenza, dall’altro non tutela le donne vittime di violenza domestica ed anzi le espone ad un incremento del rischio di violenza da parte dell’ex coniuge a causa della gestione condivisa dei minori imposte dalla legge».

Urge una proposta di legge rivolta a quelle famiglie monoparentali che non hanno reddito, riconoscere una corsia preferenziale per dare voce e sostegno a queste persone. In particolare per le donne che sono vittime di una reale, indiscutibile, esclusione sociale. Donne con una grande dignità che chiedono di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Tra gli obiettivi considerati primari, nell’ultimo documento Strategia Europa 2020, è fortemente sollecitata la drastica riduzione delle condizioni di povertà per le famiglie composte da un solo genitore. Le donne over-55 sono ancora considerate utili per la società lavorativa. Facciamo un passo indietro e facciamo riferimento al documento A4-0273/98 (Gazzetta ufficiale n. C 313 del 12/10/1998 pag. 0238): http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:51998IP0273:IT:HTML nel quale veniva evidenziata l’effettiva situazione delle madri sole e delle famiglie monoparentali riportata anche nella recente stesura scritta del Parlamento Europeo n. 12/2010 presentata da un gruppo di europarlamentari. Una dichiarazione che illustra come la crisi dell’economia globale abbia inciso sul tessuto sociale, sul benessere economico compromesso delle famiglie separate che ha influito sulle opportunità di studio dei figli e sulle loro prospettive future. La svolta culturale è che è lo Stato che deve diventare ' sociale'. Uno Stato sociale ha il dovere di sostenere le famiglie monoparentali in difficoltà attraverso un sistema di welfare in linea con tutti i paesi europei: oggi solo Italia, Bulgaria e Grecia non prevedono il reddito minimo di cittadinanza per le persone, tra cui molti padri e madri che perdono il lavoro o che hanno necessità di servizi Qualificati; cosa gravissima, visto che la povertà oggi è un motivo sufficiente per sottrarre un figlio. Tre i punti sui quali bisognerà concretamente contribuire per garantire il valore aggiunto:

1) interesse del bambino. Tutela e protezione dei bambini in Italia. E’ possibile mettere al centro i bambini e le bambine, tentando almeno noi adulti di restituire loro il debito che la Storia ha nei loro confronti?

2) che i genitori e i figli non siano lasciati soli economicamente, in balia della interminabile violenza legale fatta di ricorsi giudici e tribunali con denuncia effettiva delle nuove forme di violenza legale tramite l'utilizzo della PAS nei processi (PAS da mettere al bando in maniera definitiva). Le statistiche informano che nell’85% dei casi l’affido condiviso viene concesso così come stabilito nella legge 54/2006, e chi reclama la modifica della legge rappresenta quel 10-15% di persone che sono coinvolte in separazioni giudiziali spesso denunciate per abusi o maltrattamenti. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce la PAS e il tentativo di rivendicare tempi paritetici di custodia dei figli indipendentemente dall’età biologica degli stessi. Un sistema di reddito sociale centrato sui bambini eliminerebbe in buona parte la conflittualità di coppia.

3) No al collocamento coatto negli istituti. Lo Stato deve supportare le situazioni di disagio e sostenere quei nuclei familiari che non ce la fanno, eliminando gli sprechi di denaro pubblico in nome del diritto del bimbo a vivere con la famiglia naturale, salvo casi eccezionali comprovati qualora si renda necessario ricorrere per tempi limitati con progetti precisi portati avanti da personale specializzato e formato privilegiando la famiglia naturale con adeguate terapie comunque recuperabili [lo Stato dovrebbe impedire di ricorrere in maniera cosi massiccia al collocamento coatto dei minori negli istituti con i quali i comuni stipulano convenzioni molto costose. Si parla di 80-300 euro al giorno per ogni bambino “ospitato”].

Per concludere breve cenno alla serie di Disegni di Legge presentati nella scorsa Legislatura da PDL e UDC al fine di modificare il Codice Civile e il Codice di Procedura Civile in tema di affido dei figli. Disegni di legge aspramente criticati dalle maggiori associazioni giuridiche italiane (Camere minorili, OUA, AIAF, Forum donne giuridiche) e persino dall’associazione dei magistrati minorili, l’AIMMF. Il mantenimento diretto può essere ammesso solo per alcune spese fisse, ma occorre anche prevedere sanzioni automatiche ed immediate per il genitore che si sottrae ai suoi doveri verso i figli. Per il doppio domicilio, nelle situazioni conflittuali risulterebbe deleterio proprio per il bambino, esposto maggiormente in questo modo alla conflittualità dei genitori. Longitudinal Study of Australian Children (LSAC), ha seguito lo sviluppo di 10.000 bambini e famiglie in diverse zone dell’Australia per due anni: trascorrere una o più notti a settimana col genitore non residente ha effetti sull’irritabilità del bambino, il non poter identificare un genitore prevalente col quale sviluppare un sano attaccamento, mina lo sviluppo del bambino impedendo la creazione di un legame di attaccamento sicuro. Chiunque consideri “ideale” una situazione che prevede un bambino trasportato da una casa all’altra a giorni alterni, evidentemente non ha mai avuto a che fare con dei bambini in carne ed ossa. Ogni bambino deve avere un luogo da chiamare casa, non lo si può considerare un pacco. Pertanto, il genitore che, nel ricorso per l’assegnazione del figlio, faccia istanza al tribunale per ottenere l’assegnazione del minore a settimane alterne o a giorni alterni dimostra una incapacità di immedesimarsi nelle esigenze del figlio, che ha invece diritto a una residenza preferenziale. È questa la massima stabilita di recente dal Tribunale di Trieste.

 

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