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Mentoring universitario, una bella lezione per il sistema scuola/lavoro

VERSO UN SISTEMA DI MENTORING UNIVERSITARIO ?

 

Partito nel 2014 come progetto pilota volto ad offrire un percorso di mentoring a laureandi in discipline umanistiche, Incubatore di Talenti (www.forumdellameritocrazia.it), ci consente di fare il punto oggi sui risultati in termine di employability dei circa 170 studenti coinvolti tra Milano, Parma, Padova, Como e Roma.

Il programma, che non usufruisce di trasferimenti di denaro pubblico, ma del supporto di alcuni atenei fra cui l’Università Bicocca di Milano, si ripete ogni anno tra dicembre e luglio e comporta un abbinamento one to one tra uno studente all’ultimo anno con un mentor.

I circa 70 mentor che collaborano gratuitamente a titolo individuale al programma e incontrano lo studente circa 8 volte nell’arco dei 7 mesi, mettono in campo la loro seniority per aiutare i rispettivi mentee ad identificare il proprio personal brand, sviluppare le proprie competenze, acquisire un baricentro professionale e costruire una solida rete di contatti.

Insieme alla relazione tra mentor e mentee il programma offre la possibilità di partecipare a 7 incontri di gruppo ospitati dalle università partner e visibili anche in streaming a distanza su alcuni temi strategici per i più giovani.

Il calendario è caratterizzato da un primo incontro con una executive coach che lavora per dare il giusto mindset ai partecipanti. Il secondo incontro ha come tema un’analisi del mercato del lavoro e della giusta attitudine per fare carriera. Il terzo incontro offre una panoramica sulle caratteristiche di un buon employer e su cosa ci si deve aspettare da una prima esperienza professionale. Seguono incontri su tematiche verticali come il mondo digitale, le start up e settori a forte crescita. L’ultimo incontro organizzato da una società di ricerca e selezione del personale insegna a prepararsi adeguatamente ad un colloquio di selezione e a gestire la propria presentazione.

Quali sono le lezioni apprese?

I ragazzi e ragazze che hanno partecipato al programma manifestano una maggiore consapevolezza e concretezza nel approcciare la transizione scuola e lavoro e più fiducia nei propri mezzi.

C’è un'offerta di servizi da parte di manager e consulenti di azienda in ottica di “giveback” che può essere preziosa per rendere più fluida la transizione scuola-lavoro.

Il percorso non è costruito per “trovare un lavoro”, bensì per rinforzare lo studente e dargli una base etica e professionale, ma sono comunque apprezzabili i risultati in tal senso. Da una survey condotta nel mese di Marzo risulta che l’80% dei partecipanti lavora a 6 mesi dal termine del percorso di mentoring e la percentuale sale al 91% se vengono considerati i dati a 24 mesi. Questi dati smentiscono in parte la tesi che solo le lauree “stem” siano in grado di garantire occupazione e rinforzano l’idea che siano le “soft skills” uno degli elementi davvero strategici per una buona occupabilità.

Le Università, seppur in miglioramento, non riescono a selezionare sempre in modo efficace le iniziative di orientamento e placement e faticano a mantenere un canale di comunicazione continuativo e di qualità con gli studenti. In questo sono ostacolate dalle non sufficienti risorse dedicate a queste attività, alla difficoltà di reclutare personale specializzato e al funzionamento qualche volta “burocratico” degli uffici competenti.

I docenti sono molto importanti in questo processo avendo generalmente una forte influenza sui comportamenti degli studenti, ma, salvo rare eccezioni di grande qualità, sono quasi sempre assorbiti da altre attività e non approfittano degli spunti che questo percorso può generare per la loro attività didattica.

Le aziende private continuano a basarsi su un modello di recruiting e talent acquisition formalistico, che non prende in considerazione a sufficienza le soft skills, l’etica, l’energia e la passione dei giovani. Dichiarano inoltre di preferire laureati da particolari set di università e facoltà definiti di serie A. In questo gioca anche la difficoltà nell’avere un rapporto duraturo e costruttivo con gli atenei che organizzano attività come i placement day che non vanno abbastanza in profondità nel presentare il lavoro fatto in termini di didattica. Allo stesso modo non ascoltano a sufficienza le esigenze delle aziende che risultano comunque troppo focalizzate sul breve periodo.

I giovani a cui mancano dei modelli manageriali solidi, se non li trovano in famiglia o nelle relazioni personali, sono spesso preda di un sovraccarico di informazioni, non sempre coerenti e funzionali al loro sviluppo professionale. Molti studenti non riescono a gestire il proprio percorso di studi in modo flessibile maturando esperienze lavorative o di formazione alternative che sarebbero molto preziose. Chi invece riesce a gestire il calendario di esami affiancando altre esperienze pratiche o di apprendimento ne ha spesso grande beneficio.

Cosa bisognerebbe fare?

L’esperienza di questo programma dovrebbe essere messa a sistema diventando strutturale creando un servizio di mentoring e coaching universitario stabile per gli studenti.

Le università dovrebbero spostare risorse dalla didattica tradizionale ad altri servizi agli studenti. In più dovrebbero avviare un attività di confronto profondo con le aziende del territorio. Per farlo dovrebbero dotarsi di professionalità adatte e non sempre presenti nella normale struttura amministrativa e di docenti.

Questo approccio di cooperazione andrebbe ripetuto per gli studenti degli istituti tecnici e delle scuole superiori potenziando il sistema di alternanza scuola lavoro.

Dalla lezione appresa da una piccola attività può allora nascere un sistema su cui costruire migliore occupazione per i giovani

 

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