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Di Maria Martello*

 

 

Cosa succede in noi quando il bisogno di cura non può coincidere più con il ruolo passivo dell’ “essere nutriti”, perché nel frattempo siamo cresciuti, siamo diventati esseri sempre più autonomi ed in grado non solo di badare ai nostri bisogni, ma anche in grado di poter soddisfare quelli degli altri?

Dal nido si impara a volare e poi a creare altri nidi e nutrire i nuovi piccoli. Nel tempo i due piani si separano e la cura diventa un percorso complesso e non sempre realizzabile, perché incontra sempre più resistenze ed ostacoli, dentro e fuori di noi. Il nodo più difficile da sciogliere è, forse, quello legato all’essenzialità dei nostri bisogni: cosa faccio adesso che so badare a me stesso? Chi può curare un essere adulto, autonomo, capace anche di dare agli altri, non più debole ed indifeso come lo è un neonato?

La risposta sarebbe facilissima- nessuno ovviamente!- anzi con la crescita arriva anche la capacità di dare, di restituire e diminuisce la possibilità di chiedere, di aspettarsi dall’altro il gesto atteso. Al limite si può sperare nella malattia, per ritrovare quel paradiso perduto fatto di presenza, assistenza continua e comprensione che altrimenti pensiamo di non poter ricevere più. Forse per questo si dice che da anziani si diventa un po’ come i bambini, di nuovo bisognosi di cure, ma con la consapevolezza di “avere già dato”, nel tempo, per poter adesso ricevere di nuovo. Ed ancora per le stesse ragioni spesso si ha bisogno della “malattia”: l’ipocondriaco ha trovato il suo genio della lampada nel medico che gli conferma il suo male, perché da sano deve accettare la “parità” con i suoi simili, la responsabilità dell’incontro con l’altro e soprattutto della cura di sé. Il malato è, invece, accettato, capito, assistito per tutto il tempo: così miracolosamente si ricostituisce quel nucleo originario, di bimbo che chiede e di madre che dà, che si era perduto.

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La cura richiede due figure: chi protegge e chi ha bisogno di protezione. Un’azione rivolta verso l’esterno, verso una situazione che richiede un intervento, una soluzione, una presenza per l’altro che ne ha bisogno. E’ quello che accade, di solito, con le malattie, con i segni di debolezza e difficoltà esterni: segnali oggettivi di un bisogno di aiuto a cui dare una risposta. Ma se i segni della malattia non sono visibili? Quando la nostra vita va avanti per inerzia, reiterando meccanismi insidiosi, deformando la nostra immagine del mondo e degli altri, è difficile trovare uno specchio che ci dica che non siamo i più belli del reame. Ed il rapporto con l’altro è spesso filtrato dal nostro “male di vivere”, non riconosciuto, ma percepibile, da come agiamo e reagiamo, dai silenzi e dalle parole, dalla pellicola che ci mettiamo intorno per evitare il vero contatto con l’esterno.

Quando sopravviviamo invece di vivere, è difficile che possiamo accorgerci dei mali altrui ed essere in grado di capirli e curarli. Nella maggior parte dei casi o ci identifichiamo con chi ha lo stesso male o fuggiamo spaventati, ma evitiamo l’incontro con la persona. Oggi la comunicazione avviene spesso tra “mali”, “disagi” più che tra le persone, la situazione prevale sull’interezza dell’essere umano e della sua storia: come se fossimo tutti “casi”, particolari e specifici, quasi come in un grande reality.

La cura per l’altro è non solo difficile e impegnativa, ma sempre più rara: quasi anomala in un contesto in cui prevale il codice sul contenuto, la comunicazione deve avere tempi stretti ed essere veloce, efficace e finalizzata all’azione. La cura è esattamente l’opposto: richiede tempi lunghi, conoscenza profonda, lentezza e gradualità, ascolto, ed è spesso finalizzata ad interrompere l’azione quando questa è rivolta contro di sé o contro altro.

Un gesto rivoluzionario, dunque, che seleziona, e cambia spesso le persone, senza invaderle, ma stando uno accanto all’altro, ne fa percepire i bisogni reali, fa scoprire i nodi irrisolti, lasciando al “malato” la decisione ultima di salvarsi. Ma per arrivare a poter prendersi cura degli altri è fondamentale sapersi prendere cura di sé. Altrimenti la cura è lo stesso male: la sindrome da crocerossina è una trappola psicologica che nega l’autonomia della persona e rende le relazioni malate, da ricatti affettivi, da false aspettative, da quel volersi sentire indispensabili per sentirsi vivi. E’ un atteggiamento che vuole tutti deboli ed una sola persona forte: una relazione con l’altro che passa dal bisogno dell’altro.

Prendersi cura è spesso un gesto di restituzione della libertà, di ritorno alla realtà, di accettazione dei propri limiti: ma è impossibile da mettere in atto se noi non abbiamo imparato a farlo con noi stessi. Perché questo s’impara!

Quando veniamo al mondo siamo subito curati, protetti, in una legge di natura che poi porta il genitore ad abbandonare il figlio dopo avergli insegnato a cavarsela da solo. Spesso invece, si tende a prolungare il più possibile quel bisogno, soddisfatto nei primi anni della nostra vita, si cerca sempre l’aiuto esterno come se fosse dovuto e si smette di crescere.

 

* Docente di Psicologia dei rapporti interpersonali. Formatrice A.D.R. Mediatrice dei conflitti. Autrice di Sanare i conflitti (Guerini e Associati Editore, Milano, 2010) nonché di Oltre il conflitto; Intelligenza emotiva e mediazione (McGraw-Hill, Milano, 2003); Conflitti, parliamone. Dallo scontro al confronto (Sperling e Kupfer, Milano, 2006); Mediazione dei conflitti e counselling umanistico. Lo spazio della formazione (Giuffrè, Milano, 2006); L'arte del mediatore dei conflitti Protolli senza regole, una formazione possibile (Giuffrè, Milano, 2008); Educare con SENSO senza disSENSO. La risoluzione dei conflitti con l'arte della mediazione (Franco Angeli, Milano, 2009); Mediatore di successo. Cosa fare/Come essere (Giuffrè Editore, Milano, 2011).

www.istitutodeva.it
maria.martello@tiscali.it

 

 

 

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