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Martello Copertina definiti

 

Di Maria Martello*

 

Il conflitto è qualcosa di familiare, direi quasi di naturale. Innaturale, invece, è quanto sta accadendo: aumentano a dismisura le situazioni di conflitto, con gli amici, i familiari, nell’ambiente di lavoro, mentre sempre più rari sono i rapporti sereni e gratificanti.

E’ sufficiente un tono un po’ sopra le righe per scatenare una rissa, una coda alla biglietteria innesca aggressività fra sconosciuti, incontri casuali e superficiali divengono occasioni di scontro, quantomeno verbale.

Sia che si esprima con semplici sguardi o con reazioni aggressive, il conflitto è sempre fonte di messaggi negativi che vengono percepiti con dolore, ed  aumentano, anziché alleviare, il dispiacere, la fatica del vivere che ciascuno porta con sé.

Sempre più rari sono i rapporti risalenti nel tempo, coltivati con il passare degli anni fra persone che hanno radici comuni: queste sono le relazioni che danno tanto il senso dell’appartenenza, quanto la possibilità di essere riconosciuti per quello che si è. Come è ben noto, sempre più rare sono le unioni coniugali che raggiungono il traguardo possono del venticinquesimo anno, per non parlare, poi, di quello del cinquantesimo anniversario di vita in comune.

Anche le relazioni parentali sempre più spesso sono occasioni di delusione, di solitudine vissuta in compagnia, di incomprensioni ed insofferenza, di vessazioni, di sofferenza sovente né esplicitata, né condivisa, finanche di violenza e mobbing familiare. L’armonia, la tenerezza, la serenità sembrano esistere soltanto degli spot pubblicitari, che fanno leva su di una aspirazione insoddisfatta ravvisabile nel cuore di tutti.

In questo quadro appare evidente l’accelerazione di un processo in atto da tempo, che sempre più va degenerando: dilaga come un’epidemia l’imbarbarimento nelle relazioni interpersonali e collettive, lo stile della convivenza civile si sfilaccia e lascia il posto ad una sorte di legge della giungla ove il più forte, o il più arrogante, il più ricco o il più furbo, il più potente o il più prevaricatore, non pretende nemmeno di ottenere ragione sforzandosi di convincere chi la pensa diversamente, ma semplicemente si impone.

Questo diffuso comportamento è divenuto lo stile vincente, o meglio, dominante. Anche le discussioni hanno assunto un andamento anomalo: c’è sempre chi alza i toni del linguaggio abbassando al contempo il livello del contenuto, come ben mostrano i vacui ed innumerevoli talk show televisivi. Nella prassi dominante, che ha ormai sostituito l’etica, si alimenta il culto dell’immagine e del successo, si esalta la competizione sfrenata e si osanna il più forte, il più violento, il più aggressivo, anche il più volgare.

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martello

 

 

 

I condizionamenti dei quali siamo vittime ci inducono a similare che tutto sia sempre a posto, in regola, in ordine, lindo e perfetto: questa, infatti, l’ideologia da Mulino bianco, non devono trapelare difficoltà, fatica, errori. Questi modelli culturali, oggi prevalenti, sono omologati agli standard che pubblicità, moda, cinema, tv, insistentemente ci propongono, richiedendo che si appaia persone ‘a posto’ condannandoci al disagio qualora ci mostrassimo inadeguati , o addirittura al malessere profondo, alla solitudine.

L’omologazione culturale progressivamente in atto impone anche che i nostri vissuti vengano tenuti ben nascosti in nome della cosiddetta normalità, per celebrare così l’apparenza di false sintonie, della prevalenza dell’apparenza sulla sostanza: se ci concediamo (a nostro rischio e pericolo!) una esplosione di sincerità, tanto più se accompagnata da forme di violenza, tutti rimangono sorpresi, attoniti, impreparati.

L'omologazione culturale ha cancellato dall'orizzonte le ‘piccole patri’”, le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse. Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo: è questa la nuova società nella quale oggi ci muoviamo, testimoni e vittime dei lutti culturali”: davvero non appaiono trascorse quattro decadi da quando Pier Paolo Pasolini proponeva queste riflessioni sul devastante fenomeno del quale tutte le premesse erano allora già poste.

Oggi siamo di fronte a qualcosa di innaturale: abbiamo sempre meno la capacità e la forza di gestire i conflitti, la ‘cultura’ dell’aggressività -a volte anche contro noi stessi- costringe ad una vita superficiale e sacrificata, il senso di impotenza è sovente somatizzato, il ricorso a psicofarmaci è sempre più diffuso, così come le tossicodipendenze di chi si rifugia nell’alcool o nella droghe, sino a porre a repentaglio la salute, ed anche oltre.

Senza trascurare, poi, chi sfoga la propria aggressività rivolgendo la violenza fisica e morale verso sé stesso e verso gli altri. Sta prevalendo la dimensione dell’homo homini lupus piuttosto che quella dell’homo homini deus.  Ha il sopravvento la parte di ombra presente in ciascun essere, a discapito di quella della luce, e le negatività dal singolo si propagano sino a contagiare il piano sociale delle relazioni allargate.

Cosa sta accadendo? E' ancora possibile fermare questa deriva di cui sentiamo la fatica e l’oppressione? O ha forse ragione Klingsor, il pittore protagonista del racconto scritto da Hermann Hesse nell’estate del 1919, che attraversando gli ultimi giorni del suo quarantaduesimo anno cd, insieme, della sua vita che si accingeva a condurre deliberatamente a termine, all’insegna di un cupo pessimismo conversava con 1'amico astrologo “alla fine di un mese di luglio dissoltosi in fiamme”: “Ognuno ha le sue stelle, disse Klingsor lentamente, ognuno ha la sua fede. Solo ad una cosa io credo: al tramonto. Viaggiamo in una carrozza sull'orlo dell'abisso e i cavalli si sono fatti ombrosi. Noi siamo al tramonto [...] da noi, nella nostra vecchia Europa, tutto ciò che di buono e di peculiare avevamo è morto; la nostra bella ragione è divenuta follia, il nostro denaro è carta, le nostre macchine sanno soltanto sparare ed uccidere, la nostra arte è suicidio. Noi tramontiamo, amici, questo ci è dato in sorte […] Klingsor bevve e sussurrò con la sua voce un po' rauca: Si può forse evitare il proprio destino? C'è davvero una libertà di volere? Puoi forse tu. astrologo, dirigere in altro modo i miei astri'? Non dirigerli, posso soltanto leggerli. Dirigerli lo puoi solo tu” (H. Hesse, L’ultima estate dl Klingsor [Klingsors letzter Sommer], II ed. it., Milano, 1980, p. 64-69).

Ciascuno, quindi, può, se lo vuole, ‘dirigere i propri astri’ per il proprio –e l’altrui- benessere: è necessario non cristallizzarsi sui torti subiti in passato, vicino o lontano che sia, da parte di una persona o del ‘destino’. Si può decidere per una rielaborazione condivisa delle ferite inferte o ricevute. Si può considerare ogni relazione come un giardino che se coltivato quotidianamente offre lo spettacolo multiforme di profumi, colori, fiori e piante, ma se abbandonato a se stesso presto diventa una selva incolta.

Occorre imparare ad attivare relazioni fondate sul riconoscimento dell'altro nella sua umanità, con i suoi limiti ed i suoi pregi: gli uni e gli altri egualmente importanti, perché è proprio la legittimazione dei demeriti, il loro riconoscimento e la loro ammissione che meglio fa risplendere i meriti. E scopriremo così che uscire dal conflitto significa fruire di potenzialità nascoste: le stesse energie utilizzate per crearlo possono, infatti, essere trasformate sino a diventare la via per curarlo, per uscirne cresciuti ed accresciuti.

 
* Docente di Psicologia dei rapporti interpersonali. Formatrice A.D.R. Mediatrice dei conflitti. Autrice di Sanare i conflitti (Guerini e Associati Editore, Milano, 2010) nonché di Oltre il conflitto; Intelligenza emotiva e mediazione (McGraw-Hill, Milano, 2003); Conflitti, parliamone. Dallo scontro al confronto (Sperling e Kupfer, Milano, 2006); Mediazione dei conflitti e counselling umanistico. Lo spazio della formazione (Giuffrè, Milano, 2006); L'arte del mediatore dei conflitti Protolli senza regole, una formazione possibile (Giuffrè, Milano, 2008); Educare con SENSO senza disSENSO. La risoluzione dei conflitti con l'arte della mediazione (Franco Angeli, Milano, 2009); Mediatore di successo. Cosa fare/Come essere (Giuffrè Editore, Milano, 2011).

www.istitutodeva.it
maria.martello@tiscali.it

 




 

 

 

 

 

 

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