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Costume
Sua Maestà la Pastiera. Leggende e realtà del dolce che celebra la Primavera

Tra innovazione e tradizione, una passeggiata tra i sentieri più dolci della cultura napoletana per arrivare a celebrare una regina. Lei, il dolce per eccellenza, ancor più nel periodo pasquale: “Sua Maestà la Pastiera”. A celebrarla a Napoli lunedì 15 aprile a Palazzo Caracciolo alcuni dei maestri della pasticceria napoletana: Leopoldo, Di Costanzo, Ranieri, Cannavino, Poppella, Capriccio, Di Dato, Cuori di sfogliatella, Volpe, Capparelli, La Delizia, Pesce, Colmayer, Carbone e Gambriunus.

La pastiera è uno dei dolci simbolo delle festività pasquali in cui si incrociano le tradizioni familiari e la scuola pasticcera classica. Secondo una antica leggenda, nasce quando una volta sulla spiaggia le mogli dei pescatori lasciarono nella notte delle ceste con ricotta, frutta candita, grano e uova e fiori d’arancio come offerte per il “mare”, affinché questo lasciasse tornare i loro mariti sani e salvi a terra. Al mattino ritornate in spiaggia per accogliere i loro consorti notarono che durante la notte i flutti avevano mischiato gli ingredienti ed insieme agli uomini di ritorno, nelle loro ceste c’era una torta: la pastiera. Sicuramente questo dolce, con il suo gusto classico poco zuccherino e rinfrescato dai fiori d’arancio, accompagnava le antiche feste pagane per celebrare il ritorno della Primavera: la ricotta addolcita è la trasfigurazione delle offerte votive di latte e miele tipiche anche delle prime cerimonie cristiane, a cui si aggiungono il grano, augurio di ricchezza e fecondità e le uova, simbolo di vita nascente. La versione odierna  fu messa a punto, secondo la leggenda, nell’antico monastero napoletano di San Gregorio Armeno. Comunque sia andata, ancor oggi sulla tavola pasquale dei napoletani questo dolce non può mancare.

Un’altra storia molto nota racconta di Maria Teresa D’Austria, moglie del re Ferdinando II° di Borbone, che, cedendo alle insistenze del marito famoso per la sua ghiottoneria, accondiscese ad assaggiare una fetta di pastiera sorridendo per la prima volta in pubblico. Ferdinando, il più napoletano dei Borbone non si fece scappare la battuta: “Per far sorridere mia moglie ci voleva la pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo”. 

Secondo un’altra leggenda la pastiera nacque dal culto della sirena Partenope. La sirena aveva scelto come dimora il golfo di Napoli, da dove si spandeva la sua voce melodiosa e dolcissima. Per ringraziarla si celebrava un misterioso culto, durante il quale la popolazione portava alla sirena sette doni: la farina, simbolo di ricchezza; la ricotta, simbolo di abbondanza; le uova, che richiamano la fertilità; il grano cotto nel latte, a simboleggiare la fusione di regno animale e vegetale; i fiori d’arancio, profumo della terra; le spezie, omaggio di tutti i popoli; e lo zucchero, per celebrare la dolcezza del canto della sirena. Partenope gradì i doni, li mescolò e creò questo dolce unico.

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