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Costume
Il capo? Un lavoratore su due ammette: "Ho immaginato di ucciderlo"

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L’odio/amore per il capo caratterizza un po’ tutti gli italiani e, se c’è chi imbastirebbe volentieri una relazione con lui, c’è anche chi ha pensato almeno una volta nell’arco della propria vita professionale di “ucciderlo”, forse anche per le tensioni dovute alla competizione e alla crisi economica, che sta mettendo sotto pressione il mondo del lavoro.

Ciò non toglie che nell’immaginario collettivo esistano modelli positivi di team bulding incarnati da imprenditori del calibro di Lapo Elkann e Matteo Marzotto, da cui volentieri si accetterebbero ordini sul posto di lavoro. E’ quanto risulta da un sondaggio online condotto tra 1.750 impiegati di età compresa tra i 25 e i 55 anni intercettati attraverso forum e social network dedicati in collaborazione con la psicoterapeuta Serenella Salomoni, presidente dell’associazione “Donne e qualità della vita".

Sono finiti quindi i tempi in cui le segretarie sognavano una liaison amorosa con il proprio capo, magari un uomo affascinante, maturo e, perché no, sposato e con prole, oppure giovanotti aitanti e alla prima esperienza lavorativa desideravano conquistare la loro responsabile, magari una donna ultraquarantenne, ma con un fascino imperituro da femme fatale. Il 52% degli intervistati, circa uno su due, ha ammesso infatti di avere un rapporto molto conflittuale con il proprio capo, tant’è che sognerebbe spesso di ucciderlo.

Se nelle fantasie notturne il capo è costretto a fare una pessima fine, in realtà degli interpellati solo il 25% progetta a mente sveglia di eliminarlo fisicamente. Una buona parte (22%) si accontenterebbe di spaventarlo lasciandolo legato e imbavagliato per qualche ora; il 20%, influenzato forse dalle reminescenze di castighi subiti in tenera età, gradirebbe lasciarlo chiuso in una stanza buia a meditare sui suoi atteggiamenti scorretti; alcuni (15%), suggestionati da letture bibliche, vorrebbero lapidarlo. C’è chi poi, crudelissimo, vorrebbe frustarlo (8%) o, ancora peggio, sottoporlo a stillicidio (6%). Solo il 3% userebbe una violenza verbale costringendolo ad ascoltare gli insulti che tutti i dipendenti vogliano rivolgergli sul modello di quelli indirizzati loro dal capo stesso.

Ma quali sono le accuse più frequenti mosse ai capi e che genererebbero questo accumulo di odio e violenza repressa? Al primo posto si attesta il dispotismo (28%), inteso come un esercizio arbitrario ed eccessivamente autoritario del potere, a volte slegato da una vera autorevolezza. In seconda posizione è la volta dell’aggressività e della mancanza di modi (25%); seguono, al terzo posto, l’incompetenza (22%) e, in quarta posizione, la mancanza di sensibilità e comprensione (17%); all’ultimo posto, infine, ad essere rinfacciata è l’incapacità di gestire situazioni di stress scaricando l’ansia sui dipendenti (7%).

La dottoressa Salomoni commenta: “L’aggressività è una valvola di sfogo importante, queste fantasie ci sono, è inutile negarlo, e passano per la testa. Ma un conto è un lampo, una fantasia, che poi viene rimossa o dimenticata, un altro conto è farlo. In quel caso - per fortuna, infinitesimale - subentrano dinamiche patologiche.”

Dal sondaggio emerge insomma una generale insoddisfazione da parte degli intervistati rispetto alla leadership del proprio contesto lavorativo. Un quadro a tinte fosche in cui però non tutto è perduto. Quanto alle caratteristiche che dovrebbe avere il capo ufficio ideale, il 68% del campione riconosce che gli uomini siano più idonei delle donne a ricoprire incarichi dirigenziali. I motivi? I boss in giacca e cravatta sono ritenuti innanzitutto più autorevoli (37%), ma anche più pragmatici (23%) e meno impulsivi e uterini (19%). In rapporto alle donne, inoltre, sarebbero più capaci di fare squadra, di valorizzare al meglio le risorse umane e di appianare tensioni e rivalità tra i dipendenti, qualità che vengono riconosciute loro rispettivamente dall’11%, dal 5% e dal 3% del panel.

Ecco quindi che nella classifica dei capi ideali stilata dagli intervistati primeggia il rampollo di casa Fiat Lapo Elkann, il cui estro creativo, unito al carisma e alla classe, conquistano il 26% degli intervistati, che volentieri accetterebbero di lavorare alle sue dipendenze. Lo segue a brevissima distanza l’aitante Matteo Marzotto (24%), che riscuote consensi per lo spirito imprenditoriale e l’impeccabile eleganza, non solo estetica, ma anche comportamentale. Più staccato, ma comunque molto apprezzato, l’ex team manager di Formula 1 Flavio Briatore (19%), consacrato al ruolo di boss di successo anche dal fortunato reality show “The Apprentice”. Chiudono la top five il direttore del Tg La7, Enrico Mentana (14%), per il piglio deciso con cui riesce a tenere coesa la sua redazione, e l’imprenditore tessile Brunello Cucinelli (12%), per la lungimiranza, l’umanità e l’indole aziendalista, che gli sono valse l’etichetta di “capo illuminato”.

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