Nel Lazio scatta ufficialmente l’emergenza per la gestione degli imballaggi. A confermare il quadro critico è la stessa Regione Lazio in risposta all’interrogazione dei consiglieri Claudio Marotta (Avs) e Emanuela Droghei (Pd). Come sottolinea Wanda D’Ercole, responsabile della Direzione regionale ambiente, le criticità segnalate da Comuni e gestori mostrano autonomie residue di pochi giorni e costi straordinari insostenibili. La scarsità di impianti di incenerimento rischia di paralizzare l’intero territorio regionale, inclusa la Capitale.
Il fattore Cina paralizza il riciclo italiano
Non basta più trasferire fuori regione un quinto del materiale stipato nei depositi. Il sistema sconta gli effetti della forte concorrenza della plastica cinese ad altissimo impatto economico, materiale vergine venduto a prezzi nettamente inferiori rispetto ai costi necessari per la trasformazione della filiera green. Il Corepla fatica a ritirare la raccolta differenziata poiché il materiale riciclato non trova più collocazione sul mercato. Le conseguenze sono visibili sotto le abitazioni dei cittadini, dove i cassonetti della plastica rimangono colmi a causa dei ritardi negli sbocchi. Anche la municipalizzata Ama ammette rallentamenti strategici nella raccolta per gestire la scarsità dei centri di conferimento.
Rischio blocco per il porta a porta e soluzioni d’emergenza
La filiera sta attraversando una grave crisi strutturale che minaccia di paralizzare il servizio fino alla raccolta porta a porta. Secondo le analisi della Direzione ambiente, la mancata tempestività nei ritiri da parte del consorzio di recupero sta costringendo le amministrazioni locali a perseguire soluzioni alternative particolarmente onerose per evitare problemi igienico-sanitari.
San Vittore saturato e l’incognita incenerimento
Le uniche vie d’uscita immediate restano le spedizioni all’estero o il ricorso ai termovalorizzatori. Nel territorio laziale risulta tuttavia operativo il solo impianto di San Vittore, mentre per la struttura di Santa Palomba occorrerà attendere almeno un triennio. Bruciare il materiale accumulato rischia di compromettere le strategie di differenziata sviluppate negli ultimi vent’anni, aumentando i costi per i contribuenti e vanificando gli sforzi di sostenibilità aziendale e ambientale.


