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Cronache

di Antonino D'Anna

La citazione è tratta da un famoso titolo, “Avanti Populorum!” appunto, che “Il secolo d'Italia”, allora quotidiano del Movimento Sociale Italiano, fece nel 1967 in forte polemica contro l'enciclica Populorum Progressio di Paolo VI.

Eppure oggi quell'Avanti Populorum ritorna, e non certo in senso polemico. Ha fatto bene don Enrico Torta, parroco della Natività di Maria in quel di Dese, frazione di terraferma di Venezia, ad alzare la voce contro la crisi economica. E sul giornalino parrocchiale ha scritto: “Non capiti mai che un mio parrocchiano sia tentato di suicidarsi: insieme, io per primo, lo aiuterò a prendere i soldi che gli servono da chi si è arricchito sulla pelle dei poveri”. E ancora, come dice oggi a “La Nuova di Venezia”: “È la globalizzazione del denaro che ha portato l’incapacità dell’uomo di gestirlo. C’è chi ha venti appartamenti, milioni all’estero, non è possibile, i beni Dio li ha dati per un uso universale”.

In questo don Torta ha un precedente importante. È appunto Paolo VI che, nella Populorum, scrive: “Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”. In una parola, “'il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento dell'utilità comune, secondo la dottrina tradizionale dei padri della chiesa e dei grandi teologi'. Ove intervenga un conflitto 'tra diritti privati acquisiti ed esigenze comunitarie primordiali', spetta ai poteri pubblici 'adoperarsi a risolverlo, con l'attiva partecipazione delle persone e dei gruppi sociali'”. Il parroco di Dese è pronto e lo ha messo per iscritto. E nelle sue parole torna anche Albino Luciani, uno che – diceva Enzo Biagi – quando parlava di povertà e fame riusciva a farti “vedere” i bambini poveri del Veneto in cui era cresciuto. Giovanni Paolo I ebbe modo di ricordare questo passo della Populorum in una delle sue ultime apparizioni pubbliche.

Forse non è un caso se oggi “La Nuova” dà voce a don Torta, che spiega: “In morale si chiama occulta compensatio, io sono impiegato da qualcuno che mi sfrutta e gli produco lavoro che lo arricchisce, in quel caso posso riappropriarmi di quello che è mio se sono in difficoltà”. E ancora: “Adesso che siamo in un momento difficile, bisognerebbe che gli imprenditori a cui le cose vanno bene, se fossero dei cristiani, dicessero 'i nostri soldi li mettiamo a disposizione di chi di soldi non ne ha', perché li ho guadagnati, perché Dio mi ha dato la forza e l’intelligenza di poterli accumulare e sono dono suo”. Ma è anche colpa dello Stato, che per il sacerdote, non ha più insegnato la solidarietà sociale. È vero: com'è vero purtroppo che spesso l'idea di aiutare il prossimo si è tradotta in assitenzialismo e formule magiche come “Meno Stato più mercato” sono state intese come toccasana (per pochi).

Don Enrico ha ragione. Anche Benedetto XVI, nell'omelia della Messa dell'Epifania 2008, ha osservato: “Anche oggi resta vero quanto diceva il profeta: nebbia fitta avvolge le nazioni. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt'altro”. L'umanità “è lacerata da spinte di divisione e sopraffazione”, oltre al “conflitto di egoismi”. Don Torta attacca: “Esiste il diritto ad avere denaro sufficiente per non morire e se una donna che non ha di che mangiare va al supermercato e ruba un pezzo di pane, non è peccato”. Esproprio proletario? No: giustizia sociale. Avanti Populorum.

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