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Avvocato, comunista, garantista. Lo Giudice, militante in toga

Avvocato, comunista, garantista. Sono queste le definizioni, che sintetizzano meglio la vita, generosa e caratterizzata da rigoroso impegno professionale e da forte passione politica, di Enzo Lo Giudice… Di Pietro Mancini

di Pietro Mancini

Avvocato, comunista, garantista. Sono queste le definizioni, che sintetizzano meglio la vita, generosa e caratterizzata da rigoroso impegno professionale e da forte passione politica, di Enzo Lo Giudice, conclusa,  a 80 anni, nella sua Paola, che lo ha salutato, con affetto, nel Santuario di San Francesco, stracolmo di gente.
Quando, a sorpresa, 21 anni fa, Lo Giudice assunse la difesa di Bettino Craxi, il “cinghialone” socialista da abbattere, nella grande caccia di Mani Pulite ai politici della Prima Repubblica, qualcuno ironizzò, ricordando la gioventù  “estremista” del legale calabrese, che era stato responsabile per il Sud dei maoisti di “Servire il popolo” : “Enzo è passato dal libretto rosso di Mao all’inchiestona sui conti esteri di Craxi !”

Eppure, tra Lo Giudice e il segretario del PSI, le affinità erano di gran lunga più numerose delle differenze. All’epoca del sequestro di Aldo Moro, Bettino aveva attestato i socialisti sulla linea della trattativa con le BR, alternativa alla fermezza DC-Pci, incaricando Signorile e Landolfi di contattare due esponenti dell’Autonomia, Piperno e Pace, nel tentativo, fallito, di convincere Moretti a rilasciare il presidente della DC.

E, in Calabria, Lo Giudice fu tra i dirigenti più attivi dei gruppi alla sinistra dei partiti storici. E, tra i primi, insieme ad alcuni suoi compagni, incappò nel rigore dei magistrati più conservatori che, nel 1979, sulla base del “teorema Calogero”, si abbattè su Negri, Scalzone e Piperno.

Ben 10 anni prima, il giovane dirigente di “Servire il popolo” entrò nel Comune di Paola, dove il Sindaco dc stava ossequiando il ministro dell’Agricoltura, Fanfani, e chiese, spalleggiato da un folto gruppo di suoi compagni, l’immediata emanazione di un decreto-legge pro-case popolari e funzionamento delle fogne, nella cittadina del Tirreno. Fanfani, al fine di far cessare la accesa contestazione, ordinò di predisporre, subito, il provvedimento.
Nel 1971, l’avvocato di Paola venne arrestato, durante un acceso comizio a sostegno dei diritti dei contadini calabresi. L’allora segretario del PSI, Giacomo Mancini, presentò un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia : “Il leader socialista- ha ricordato, commosso, a Paola, durante la commemorazione, il figlio di Lo Giudice, Salvatore, brillante avvocato e responsabile dell’Ufficio legale della Rai-intitolò quell’atto “Enzo Lo Giudice libero” “.

Nel processo di Cosenza del 1981, il legale riuscì a convincere il pubblico ministero a trasformare le accuse di terrorismo a carico di sei autonomi calabresi in cospirazione politica. “Fu così che- ricorda Francesco Cirillo, di Diamante, uno degli imputati-dopo Giuseppe Mazzini, fummo i primi a essere condannati per quel reato. La arringa del nostro difensore, brillantissima, incantò tutti i presenti”.

Lo Giudice, pur essendo, giovanissimo, uscito dal PSI, per aderire al PSIUP, come 20 anni prima con Mancini, trovò un terreno comune anche con il declinante Craxi, travolto dagli avvisi di garanzia di Tonino Di Pietro : il garantismo e il richiamo al rispetto delle regole del processo penale, anche nelle situazioni di emergenza.
La toga calabrese, ormai da anni trasferitosi a Milano, tra i penalisti, fu l’unico a bocciare il cosiddetto “rito ambrosiano” : arresti spettacolari, cella, confessione e liberazione. Lo Giudice denunciò, severamente, “l’incestuosa commistione di poteri, lontana mille miglia dalla civiltà giuridica, la confessione come condizione di libertà, l’uso strumentale contro terzi delle circostanze ammesse dal detenuto”.

L’avvocato continuò ad assistere, con passione, Craxi, anche quando su Bettino, ormai esule ad Hammamet, si abbattevano le pesanti stangate dei tribunali.

Quando il diabete stava, ormai, consumando le resistenze dell’ex premier, il penalista chiese al Capo del Pool Mani Pulite, D’Ambrosio, di sospendere gli ordini di cattura, per consentire a Craxi di esser curato in un ospedale italiano e non nell’infermeria di San Vittore. Don Gerardo, che è scomparso alcuni mesi fa, si dimostrò, con il tenace Lo Giudice, cautamente, disponibile. Ma, durissimo e irremovibile, giunse il veto del Capo della Procura, Francesco Saverio Borrelli.