I tassi di ingresso in sofferenza dei prestiti concessi dalle banche alle imprese non finanziarie hanno toccato il picco nell’ultima parte del 2014 e, nel 2015 e nel 2016, inizierà la discesa, dal 3,7% attuale al 3,4% nel 2015 e fino al 3% nel 2016. La crisi economica ha avuto uno dei principali effetti collaterali nel mondo finanziario nel boom delle sofferenze bancarie. Le imprese si sono ritrovate in debito verso gli istituti, ma impossibilitate a rimborsare i finanziamenti per il deterioramento lungo sette anni del contesto economico di riferimento. Così le banche hanno dovuto iscrivere quei crediti che avevano elargito – spesso con modalità opinabili – tra quelli non più facilmente esigibili: soldi difficili da recuperare. Questo ha portato a un peggioramento dei loro conti e alla necessità di accantonare fondi aggiuntivi per far fronte a quelle possibili perdite. Ora questo meccanismo vizioso potrebbe, dopo aver toccato il fondo, interrompersi.
La speranza arriva dal primo outlook realizzato da Abi e Cerved e che studia il tasso d’ingresso in situazione di ‘default’ dei prestiti erogati. Non dunque la montagna di crediti difficilmente esigibili già creata, la cui rilevazione è già realizzata dalla stessa Abi e da Bankitalia, ma l’andamento dei flussi dei prestiti che da ‘buoni’ diverranno ‘difficili’, in rapporto al totale dei nuovi prestiti. Ebbene, iI tasso di ingresso in sofferenza dei prestiti concessi dalle banche alle imprese non finanziarie ha toccato il picco nell’ultima parte del 2014 e, nel 2015 e nel 2016, inizierà la discesa: dal 3,7% attuale al 3,4% nel 2015 e fino al 3% nel 2016. Significa che per 100 euro di nuovi prestiti che verranno erogati l’anno prossimo, 3 euro hanno la probabilità di finire in default.
La riduzione dello stock complessivo delle sofferenze lorde, pari a 183,7 miliardi a fine 2014 (il 9,6% del totale dei prestiti), seguirà “con un certo ritardo”, spiega Vincenzo Chiorazzo, responsabile dell’ufficio analisi economiche dell’Abi, precisando anche che il 3% rimane un dato “decisamente più elevato rispetto ai confronti storici, sia se si guarda ai dati pre crisi che rispetto ai valori medi del lungo periodo, considerando che dal 1990 in poi la media è intorno al 2,3-2,4%”. Il 3% è il doppio del 2007, ultimo anno prima della crisi.
Resta la ferita enorme aperta nel rapporto tra imprese e istituti di credito. In quattro anni le sofferenze nei crediti alle imprese italiane si sono quintuplicate passando da 26 a 131 miliardi di euro (la quota generata dalle società non finanziarie), un dato che conferma come questo tipo di prestiti rappresenti il fattore di maggiore vulnerabilità per le nostre banche.
Il rapporto scatta una fotografia nuova, non disponibile tra i dati ufficiali della Banca d’Italia: quella della dimensione delle imprese che entrano in una situazione di default del credito nei rapporti con le banche. Con i dati a disposizione, Abi e Cerved sono in grado di prevedere che il miglioramento del tasso di ingresso in sofferenza quest’anno e il prossimo riguarderà tutte e quattro le fasce dimensionali di impresa (micro, piccole, medie e grandi) anche se il differenziale di rischio tra imprese grandi e piccole sarà nel 2016 superiore a quello pre-crisi. La profonda recessione dell’economia italiana, infatti, ha colpito con maggiore durezza le più piccole.
Il miglioramento della situazione, ad ogni modo consentirà di osservare una convergenza del tasso di ingresso in sofferenza tra imprese di tutte le dimensioni. Dal rapporto si conferma per le microimprese (meno di 10 addetti e giro d’affari sotto i 2 milioni) tassi di ingresso in sofferenza doppi rispetto alle maggiori (oltre i 50 milioni di fatturato) con un’eccezione: il settore delle costruzioni. Nei riguardi delle grandi imprese edili, infatti, i crediti finiti in sofferenza sono aumentati in misura maggiore rispetto alle imprese di costruzioni medie, piccole e micro.

