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Cronache
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di Fabio Frabetti

«Mi hanno obbligato a portare mio figlio agli incontri protetti con il padre dove mio figlio è stato in pratica consegnato al suo assassino». Federico aveva solo otto anni quando il 25 febbraio 2010 è stato trucidato dal padre mentre si trovava all'interno dell'Asl di San Donato Milanese di via Sergnano. Dopo aver scaricato tutta la sua feroce follia sul proprio figlioletto l'uomo si è a sua volta tolto la vita. Nonostante la madre avesse più volte avvertito della pericolosità del suo ex compagno, non è mai stata creduta: è riuscito ad entrare armato dentro un'Asl senza che nessuno riuscisse a fermarlo. In questi giorni si è celebrato il processo di appello per assistenti sociali ed educatori accusati di non aver impedito quello scempio. Dopo essere stati assolti in primo grado, è arrivata ora una lieve condanna a quattro mesi (l'accusa aveva chiesto tre anni) per la responsabile dei servizi sociali.

TUTELA O PERICOLO? - Per la madre, Antonella Penati, questa sentenza è un piccolo passo verso la giustizia, dopo aver perso il proprio bambino nel modo più crudele e impotente e nonostante avesse fatto di tutto per impedire un epilogo così lacerante. Federico era nato dalla sua unione con Yors Mahmoud Mohamed Barakat, un uomo di origini egiziane che lavorava in campo turistico. Inizialmente le cose sembravano andare bene ma dopo la nascita del bambino l’uomo si era rivelato ben diverso da come si era inizialmente presentato. La donna aveva scoperto che l’uomo si celava dietro a diversi nomi e identità. «Spariva e quando poi rientrava era sempre più ossessionato, disturbato e violento. I suoi atteggiamenti divennero sempre più persecutori. Capendo il pericolo rappresentato da quell'uomo mi allontanai immediatamente da lui quando il mio bambino aveva pochi mesi e feci di tutto per proteggere mio figlio, per tentare di costruirgli una vita felice. E ci ero riuscita. Fino a quando non si è ritenuto che il mio rifiuto per le visite del padre fosse motivo sufficiente per togliermi l’affido esclusivo. Il bambino, pur rimanendo collocato presso di me, è stato affidato ai servizi sociali che sarebbero stati in grado di ‘tutelarne la crescita equilibrata’. Così Federico, pur non volendo, doveva incontrare il padre una volta alla settimana».

UN ORRORE ANNUNCIATO - Gli incontri avvenivano in una stanza della Asl di San Donato Milanese. Nei giorni che precedettero la tragedia, Antonella aveva in ogni modo tentato di evitare un dramma annunciato. Il bambino a quanto pare era terrorizzato dall'uomo: aveva addirittura sognato di venire ucciso dal padre. Spesso faceva la pipì a letto prima di quegli incontri. L'egiziano tempestava la donna di chiamate, la inseguiva in auto e la minacciava continuamente. Una settimana prima dell'omicidio del piccolo Federico, avrebbe tentato di buttare giù da un ponte la macchina in cui lei era a bordo insieme al bambino. «E dire che cinque anni prima mi ero rivolta proprio io ai servizi sociali sperando che potessero risolvere i disagi del padre. E invece di fatto ho consegnato Federico non in un luogo protetto ma in quello dove era meno al sicuro, tanto che ha tentato di difendersi da solo visto che nessuno l'ha fatto per lui». Quel giorno di febbraio, alle 16,30, il padre entra all'interno della Asl armato di pistola e di un coltello da macelleria. Nessuno controlla i movimenti dell'uomo. La sequenza che porta all'uccisione di Federico è tremenda. Un bambino di nove anni che tenta di sfuggire alla furia barbara del padre. L'uomo prima gli spara ferendolo lievemente, poi lo insegue e lo pugnala otto volte, prima di uccidersi. All'incontro doveva essere presente un educatore. «Mio figlio non è stato protetto, ma lasciato solo con un adulto squilibrato che dopo avergli sparato lo ha accoltellato. Chi è intervenuto lo ha fatto molto tardivamente quando mio figlio ormai era stato più volte pugnalato. Nessuno ha difeso il mio bambino, l’hanno fatto uccidere, massacrare di coltellate. L’educatore e i servizi sociali di San Donato avevano il preciso mandato del Tribunale dei Minori di proteggere il mio bambino. Ma hanno fatto di testa loro : non hanno ascoltato, non hanno verificato, non sono intervenuti. Eppure sono ancora al loro posto . Mio figlio anche se ferito poteva essere salvato: dopo i primi spari era riuscito a fuggire. Il mio ex compagno ha avuto tutto il tempo di inseguirlo e di accoltellarlo. Dal primo colpo sono passati ben 57 minuti, in cui si è permesso al mio piccolo di morire dissanguato».

UNA PRIMA CONDANNA - Dopo aver perso in questo modo il proprio figlio, la battaglia di Antonella si è spostata nelle aule di tribunale almeno per far riconoscere le responsabilità di chi non era intervenuto. Nel processo di primo grado si era considerata imprevedibile l'azione omicida del padre: ora con questa condanna in secondo grado della responsabile dei servizi sociali si è in parte riconosciuto quello che la mamma aveva sempre urlato: «Inizialmente si era fatto di tutto per attribuire l'omicidio alla cultura araba del mio ex compagno. Ma questo ha depistato per troppo tempo da un'esatta ricostruzione dei fatti. La verità è che quell'uomo era malato e uno squilibrato. I servizi sociali lo sapevano, avevano tutte le segnalazioni, le denunce, le perizie psichiatriche che indicavano il padre come persona affetta da disturbo bipolare della personalità , aggressivo e violento. Più dimostravo la pericolosità di quell’uomo e più mi toglievano la possibilità di tutelare mio figlio, fino a togliermi l’affido. Non solo hanno consegnato mio figlio a chi lo avrebbe ucciso, ma lo hanno lasciato solo, permettendo che morisse dissanguato all’interno di quella struttura che diceva di volerlo proteggere e tutelare».

Antonella non ha mai smesso di essere la mamma di Federico e continua ad impegnarsi per realizzare tutto ciò che ha promesso al suo bambino. Da pochi mesi è stata nominata Responsabile per la Regione Lombardia del Movimento per l’infanzia, movimento che lotta per la difesa dei Bambini, contro la sindrome da alienazione genitoriale (PAS) e per la nascita in Italia di una cultura più attenta nei confronti bambini. Sul sito di Federico è stata lanciata una raccolta firme www.federiconelcuore.com

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