“E’ esploso il caso solo perché hanno esagerato. E’ così da almeno 25 anni”, spiega il dottor E., esperto del settore, “quando ho iniziato a lavorare era già tutto oleato in ogni particolare. Il dramma è che hanno preso solo la punta dell’iceberg. E’ per questo che non mi sono mai fidato di andare dagli inquirenti. Dalla vestizione dei morti fino ai marmisti e ai fiorai è tutto blindato. Ogni società aveva ed ha un ruolo. Solo quelli che stavano in questa specie di organizzazione potevano lavorare. Ma a Bologna si sa, è tutto organizzato in questo modo e si fa finta di non sapere. Il problema sta nelle istituzioni”. E’ un lungo sfogo quello del dottor E. quando parla del “racket sui defunti” esploso a Bologna qualche ora fa, con 27 arresti (18 ai domiciliari).
Secondo gli inquirenti un’organizzazione si spartiva gli obitori dei principali ospedali, il Sant’Orsola e Il Maggiore con una rete tra infermieri Ausl e procacciatori d’affari ad ogni livello, venditori di morti alle agenzie di pompe funebri (valevano dai 200 ai 350 euro ognuno) che poi ci costruivano un business, in parte di nero.
Gli addetti alle sale mortuarie colpivano alla sprovvista i familiari delle persone decedute nel momento di massima vulnerabilità, quando il parente era morto, indirizzandoli verso le agenzie “amiche”. Gli inquirenti hanno notificato 3 divieti di esercizio dell’attività d’impresa e fatto 43 perquisizioni. Sono state oggetto di sequestro preventivo le principali aziende di Bologna, l’Armaroli Tarozzi, la Franceschelli, la Lelli, il Centro servizi funerari e la Oreste Golfieri. Ma nei guai sono finiti anche i titolari di piccole imprese. Il giudice Alberto Ziroldi ha fatto sequestrare 5 immobili, 35 altre sedi societarie locali e 75 veicoli, per un valore di 13 milioni euro. Più di 200.000 euro sono stati trovati in contanti negli uffici perquisiti. Pierluigi Solazzo, comandante provinciale dei carabinieri, ha spiegato che l’inchiesta è partita da un esposto aggiungendo: “Sono stati registrati episodi che vanno contro ogni sentimento della pietà. Frasi ironiche e battute che quasi prendevano in giro i cadaveri”. A un morto per scherno era stata messa una buccia di banana in mano e un’infermiera ha sottratto due anelli a una persona deceduta dicendo al fidanzato: “Non so se è oro”.
L’indagine “Mondo sepolto”, guidata del pm Augusto Borgnini e supervisionata dal procuratore capo Giuseppe Amato, ha consentito di far emergere due diverse associazioni per delinquere, una guidato da Giancarlo Armaroli, 68 anni, della “Rip Service srl”, l’altra da Massimo Benetti, 63 anni, del “Cif srl”, socio anche del Comune di Bologna. Sotto i vertici agivano gli amministratori delle aziende di pompe funebri, i contabili e la selva di affaristi.
Benetti, 63 anni è anche amministratore delegato della società partecipata del Comune, Bologna Servizi Cimiteriali srl, al 51%. Il restante 49% è di proprietà della Spv, socio privato al 49% che il Comune ha scelto con un bando, ed è composta dalla cooperativa Cims che comprende Amga energia, Consorzio imprese funebri (Cif), Nova spes investimenti e Sofia Krematorium. La società del Comune si è preoccupata di dire che Benetti non risulta indagato per l’esercizio delle sue funzioni pubbliche, ma per il suo ruolo in una delle pompe funebri coinvolte.
I soldi in “nero” dell’organizzazione finivano in conti occulti paralleli. In centro a Bologna, dentro gli uffici della no profit “Oltre” era custodita la contabilità della Cif. Alla critiche sollevate dagli inquirenti contro l’azienda sanitaria ha replicato quest’ultima sostenendo di aver sospeso i dipendenti infedeli e che il caso era stato segnalato all’Anac di Raffaele Cantone.
Ma la chiave per capire il verminaio del racket sta tutta nelle due frasi intercettate dagli inquirenti al dipendente Ausl Daniele Bultrini, detto “il killer” per la capacità di persuasione esercitata sui parenti dei defunti: “Se dopo anni in camera mortuaria hai ancora dei mutui da pagare significa che non hai capito come funziona…” e “ in questo ambiente nessuno è pulito. Nessuno è vergine”.
“Appunto. Noi altri stavamo fuori e non potevamo lavorare. Ora il Comune non sa, l’Ausl era inconsapevole, i dirigenti erano andati altrove e le due torri sono due vibratori eretti nel cielo (ride). Ma sarebbe interessante vedere nei registri, quanta gente negli anni è andata a lamentarsi alla direzione sanitaria”, chiede il dottor E., “o chi ha le chiavi degli obitori degli altri ospedali di Bologna e provincia. Glielo dico io. Ce le hanno le agenzie di pompe funebri private (ride ancora)”
“Gli ospedali li devi ungere”, c’è scritto lapidario nelle carte degli inquirenti che riportano una frase di un soggetto coinvolto.
“Ma hanno esagerato”, spiega il dottor E, “si erano divisi la torta per quote percentuali. C’era però chi, anche facendo parte dell’organizzazione, non ‘mangiava’ abbastanza. Però a Bologna basta guardare il registro dei recessi e capire chi lavora e chi no. Sono sempre gli stessi. Fin nei minimi particolare era tutto stabilito a monte. Ma d’altronde a Bologna ogni settore è organizzato così. Alla luce del sole. Sotto gli occhi di tutti. Se è possibile per 25 anni fare business sui morti figuriamoci sul resto”
E ora?, chiedo. “Conoscendo il settore bisognerà stare attenti alle pallottole. Chi è stato coinvolto e parlava anche prima che gli venissero fatte le domande farà bene a girare con due occhi davanti e due dietro. Tutto cambia. Ma chi comanda davvero sa che deve organizzarsi in un altro modo. Per questo il rischio di regolamenti di conti non è improbabile. Ecco perché il primo problema di questa città sono le istituzioni. E’ tutto alla luce del sole. Ma nessuno si accorge di niente. Vedi tutti i parenti, figli, affiliati che si passano società di mano in mano o vengono assunti a destra e sinistra ed è l’ordinaria amminstrazione che sta sotto questo schifo. Basta andare in camera di commercio, chiedere le visure camerali e trovi tutto. Ma io devo badare alla mia famiglia. Non ho le spalle coperte per parlare. Quando si arriva alla giustizia è già finita, per questo servirebbe agire prima. Lavoro meno? Non importa. L’importante è restare vivi e lontani da questa merda che tutti fanno finta di non conoscere”.
C’è solo da attendere che la macchina della giustizia arrivi fino in fondo e che il processo confermi (o meno) quanto accertato in fase di indagine. Al netto di ulteriori sorprese che potrebbero esserci nei prossimi giorni.
Ma la giustizia, si sa, è un terno al lotto per chiunque.
Dopo molto clamore in un’inchiesta molto simile esplosa a Napoli nel 2012 si è arrivati proprio un mese fa (dicembre 2018) alla completa assoluzione di tutti e 52 gli imputati e il nulla di fatto.

