Lunedì scorso nella stazione di servizio di Amendolara, nel Cosentino, sono stati trovati quattro cadaveri carbonizzati di migranti all’interno di un minivan. Due pachistani di 31 anni, Safeer Ahmed e Alì Raza, sono stati fermati. Sarebbero gli autori della strage. In attesa di chiarire i dettagli di questa tragica vicenda, emerge tutto il degrado e le condizioni disumane in cui vivevano le quattro vittime. L’unico sopravvissuto alla strage ha spiegato tutto: “Sono mafiosi pachistani. Non ci pagavano da oltre un mese e noi ci eravamo ribellati. Per questo hanno appiccato il fuoco alla macchina. Per punirci. Volevano ammazzarci tutti”. Non è chiaro quale fosse il rapporto con l’azienda dove raccoglievano le fragole. Probabilmente erano gli stessi caporali a prendere in carico i braccianti per poi trasferire la manodopera all’azienda. “Pretendevano anche 5 euro al giorno a testa per fare il tragitto da casa al lavoro“.
Ma subito dopo cominciava lo sfruttamento: trattenere i soldi come pagamento per il vitto e l’alloggio. “Alla fine ci davano la casa ma niente paga — dice il testimone e lo riporta Il Corriere della Sera —. Pretendevano anche cinque euro al giorno per il viaggio fino al lavoro”. I braccianti morti vivevano in due stanze più cucinino, in dieci in un mini appartamento. Nessun letto. I materassi sistemati a terra. Per quella casa i caporali pretendevano 500 euro al mese di affitto. Da dividere in dieci e sottrarre alla loro paga. Poi c’erano da aggiungere le
spese per vitto e per qualunque documento legato ai permessi di soggiorno. “Erano gentili e portavano sempre qualcosa per i bambini. In questo periodo soprattutto le fragole», raccontano Pamela e Antonietta, mamme di due ragazzini del quartiere.

