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Cronache
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di Fabio Frabetti

Un cantiere immenso diventato fantasma insieme ai suoi operai. Quello che è accaduto al cantiere navale di Trapani ha dell'incredibile. Nonostante il lavoro e le commesse non mancassero, è stato inghiottito nelle difficoltà finanziarie della società che lo controllava, alla quale sono state concesse manovre fin troppo spregiudicate.

AREA IMMENSA - Il cantiere si trova su un'area demaniale tra il porto e la città di Trapani. Nacque negli anni '60 e inizialmente venne gestito dall'Ente Siciliano per la Promozione Industriale. Qualche decennio più tardi fu la Cantiere Navale Spa a subentrare all'ente: la gestione venne affidata ad una cordata di imprenditori locali provenienti dai settori più disparati. Dopo una serie di estromissioni dalla società, la maggioranza passò nelle mani della famiglia D'Angelo tramite la Satin Spa. In un'area vastissima di circa 70.000 metri quadrati il cantiere si era affermato nel settore delle riparazioni navali, con la possibilità di ospitare imbarcazioni di diversa portata. L'ingresso dei D'Angelo comportò anche l'inserimento delle attività di costruzione: dai pescherecci in ferro a quelli in Vtr, dallo yacht di lusso alla petroliera. Si tratta per lo più di prototipi destinati ad avere ritorni economici solo con il tempo. Non c'era però la pazienza di aspettarli e così i progetti verranno prematuramente abbandonati. Tra questi spiccava il progetto di una petroliera, la Marettimo M (il cui committente era Brullo, armatore a capo della Mednav): iniziato nel 2005 non è stato mai terminato, con la nave a metà rimasta ferma nel cantiere.

CRISI FINANZIARIA - Per gli operai questa operazione suona come l'ennesima conferma di una volontà speculativa da parte dell'azienda: «Si trattava – raccontano alcuni di loro ad Affaritaliani.it - di un progetto impegnativo a fronte dell'inadeguatezza delle strutture per realizzarlo. Sarebbero serviti ingenti investimenti ma niente è stato fatto, c'era solo la volontà di speculare sull'ennesimo finanziamento senza alcuna spesa oltre quelle minimi indispensabili per trascinare il progetto nell'arco di più anni, come avvenuto anche in passato. Il grande ritardo è diventato insopportabile per il committente, per le banche creditrici e per le ditte esterne che si sono ritirate non essendo state mai pagate». Anche i 56 operai si ritrovarono invischiati nelle sabbie mobili di una simile gestione, non ricevendo più lo stipendio da troppi mesi. Si arrivò così ad un primo accordo sindacale che prevedeva la cassa integrazione ordinaria a rotazione e l'impegno dell'azienda a pagare gli arretrati. Il lavoro non mancava e c'erano ancora commesse, a dimostrazione che si trattava di una crisi finanziaria e non dovuta alla mancanza di attività.

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TUTTI IN MOBILITA' - «Gli impegni comunque non furono rispettati, non solo la cassa integrazione venne estesa a tutto il personale, ma il cantiere continuava ad operare lo stesso usufruendo di ditte esterne, con il tacito assenso dei sindacati confederali. Il cantiere sembrava ormai chiuso per ferie, i lavori alla petroliera rigorosamente fermi ed i migliori clienti delle riparazioni sarebbero stati volontariamente allontanati. Uno stabilimento che era diventato privo di attività, la luce elettrica staccata per morosità, mancanza di acqua e di sistemi di sicurezza. Gli operai vivevano di stenti con la cassa integrazione (circa il 60% dello stipendio pieno) che arrivava ogni tre mesi. Fummo costretti a cambiare due volte sindacati visti gli accordi che erano stati firmati tutti a vantaggio dell'azienda». Con un nuovo sindacato venne respinta la proposta dell'azienda che prevedeva la messa in mobilità dei dipendenti e la loro parziale riassunzione nella Satin Spa, l'azienda di famiglia dei D'Angelo, non precisata nei tempi e nei modi. I lavoratori dal canto loro avevano richiesto una cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione ma non si trovò l'accordo. L'epilogo sarà amaro con la messa in mobilità degli operai che reagirono con tutte le loro forze a quelle frantumazioni di sogni e speranze. Per vari mesi occuperanno il cantiere fino al giorno in cui un numero spropositato di forze dell'ordine (un centinaio) non li faccia sgomberare. Da allora la società ha assunto altri sei operai per piccoli lavori legati a qualche peschereccio o barca da passeggio: il sito hai oggi evidenti carenze nelle attrezzature e dunque di lavoro ce n’è ben poco.

TUTTO PILOTATO? - Con un maggiore controllo pubblico non solo si sarebbe potuto evitare tutto questo ma probabilmente quel cantiere sarebbe ancora stato un fiore all'occhiello della Sicilia che lavora: «Il cantiere sorge su un'area demaniale. Pubbliche sono anche alcune infrastrutture come il bacino di carenaggio per la cui ristrutturazione la Regione ha devoluto 8 milioni di euro. La concessione demaniale a quanto pare sarebbe anche scaduta per il mancato pagamento dei canoni. Lo sfratto verrà evitato con la presentazione di una fideiussione assicurativa che non si sa bene come sia stata ottenuta considerato il forte indebitamento dell'azienda. Il cantiere è stato a lungo fermo nonostante gli obblighi di esercizio della concessione non prevedessero più di un mese di sospensione dell'attività. Noi avevamo anche costituito una cooperativa per proseguire l'attività del cantiere e ci sembra assurdo che si consenta ad un privato di usufruire di un'area demaniale lasciandola inoperosa e improduttiva, precludendo ad altri imprenditori di poter operare su un'area così vasta e importante e garantire così occupazione. La crisi dell'azienda è stata quindi pilotata per liberarsi della zavorra dei dipendenti, abbattendo così il costo del personale, mantenendo allo stesso tempo il cantiere e l'area demaniale, e ricorrendo alla manodopera meno operosa delle ditte esterne. Tutto questo non sembra importare a nessuno. Si è permesso ad un privato di giocare con la vita di 56 famiglie, ormai dissanguate economicamente, perché vuole tenere per sé un giocattolo che potrà in futuro garantirgli altre entrate di milioni di euro e poco importa se le operazioni passate e presenti vanno contro ogni logica, non solo imprenditoriale ma anche giuridica, civile e soprattutto umana». Sul cantiere incombe anche l'ombra di un pesante inquinamento industriale per la disseminazione di rifiuti speciali e lo sversamento di olii esausti in un terreno confinante per il quale è in corso un’inchiesta della magistratura. Presso il tribunale è in corso la valutazione del concordato presentato dall’azienda per evitare il fallimento.

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