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Caos Biennale, la relazione degli ispettori del Ministero: “La Russia? Formalmente non è stata invitata”. Gli artisti protestano

Lettera contro la gestione del Padiglione russo e del ciclo sulla pace. Gli ispettori del ministero verificano atti, fondi e sanzioni

Caos Biennale, la relazione degli ispettori del Ministero: “La Russia? Formalmente non è stata invitata”. Gli artisti protestano
(Foto Ipa)

Dal Padiglione russo alle dimissioni della giuria, la Biennale finisce nel mezzo dello scontro

Il caso Russia scuote la Biennale Arte. Un gruppo di artisti, attivisti, intellettuali e dissidenti ha indirizzato una lunga lettera al presidente della Fondazione Biennale Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, dopo l’annuncio del ciclo “Il dissenso e la pace”, dedicato al rapporto tra dissenso e conflitti.

La contestazione riguarda la possibile riapertura del Padiglione russo alla prossima edizione e il modo in cui la Biennale intende affrontare il tema del dissenso. I firmatari chiedono che il confronto non resti chiuso in una cornice istituzionale e che vengano ascoltate le voci di chi paga davvero il prezzo della repressione.

“Egregio Presidente Buttafuoco, Le scriviamo in risposta al Suo annuncio di Il dissenso e la pace, un ciclo di tre incontri a Ca’ Giustinian dedicati al dissenso e alla pace, presentato in occasione dell’apertura dell’anteprima della 61ª Biennale”.

Nella lettera, il giudizio sulla linea della Fondazione è durissimo. “In un momento in cui la riapertura del Padiglione Russo è fortemente osteggiata dalla comunità internazionale e da dissidenti e artisti russi, in cui il Ministro della Cultura italiano invia i suoi ispettori speciali e l’Ue revoca i finanziamenti e in cui persino la Giuria Internazionale ha dichiarato le proprie dimissioni, una Biennale che si dichiara paladina del dialogo non può continuare a ridurlo a una performance superficiale. Non può diventare l’ennesima copertura, un evento messo in scena in cui il dissenso viene valutato a porte chiuse, solo su invito, mentre coloro che ne pagano il vero prezzo vengono tenuti fuori e ignorati”.

Il riferimento storico è alla Biennale del Dissenso del 1977. I firmatari accusano la nuova iniziativa di rischiare una rappresentazione addomesticata e controllata del dissenso. “A quasi mezzo secolo dalla Biennale del Dissenso del 1977, aperta e provocatoria, sarebbe più che ironico – sarebbe un vero e proprio capovolgimento – se il dissenso tornasse a essere uno spettacolo: voci controllate, conversazioni educate, cocktail a Ca’ Giustinian e la presenza disinvolta di coloro che molti, non a torto, definirebbero dissidenti “da cartolina”. La vostra scelta di Alexander Sokurov come voce emblematica del dissenso per l’incontro inaugurale del 6 maggio mette in luce il problema”.

La parte più politica della lettera riguarda il significato stesso di dissenso, soprattutto nel contesto russo. “Non si tratta di un singolo individuo. Si tratta di un principio: può il dissenso essere rappresentato da coloro che si muovono indisturbati tra sistemi di potere e prestigio internazionale, mentre altri vengono imprigionati, esiliati, torturati o uccisi? Non è una questione di merito artistico. È una questione di verità. La critica tollerata non è dissenso. E la distinzione non è astratta. In Russia, gli artisti vengono perseguitati e incarcerati. I dissidenti esiliati in Europa subiscono intimidazioni e repressioni transnazionali. Le indagini continuano a smascherare strutture organizzate di molestie e violenze mirate contro gli oppositori del regime. In questo contesto, estetizzare il dissenso significa ignorarne il vero significato”.

I firmatari chiedono alla Biennale di aprire il confronto a chi ha subito persecuzioni reali. “Se Il dissenso e la pace deve essere preso sul serio, deve includere coloro per i quali il dissenso non è una posizione ma una condizione di vita: rappresentanti di artisti pacifisti e prigionieri politici incarcerati, movimenti di resistenza femministi e queer perseguitati, rappresentanti di popoli colonizzati sotto il dominio imperiale russo, artisti dissidenti in esilio impossibilitati a tornare a casa. E altro ancora: artisti e operatori culturali ucraini che parlano dalla realtà della distruzione e della perdita, e commemorano i colleghi uccisi dalla Russia”.

La chiusura è un appello diretto a Buttafuoco e alla Fondazione. “Altrimenti Il dissenso e la pace non sarà un forum di coscienza e di dialogo, nemmeno formalmente. Sarà un esercizio di autoconservazione istituzionale: decoro di fronte al compromesso morale, una vuota imitazione della stessa tradizione che invoca, una parodia. Il prezzo del dissenso si sta pagando proprio ora: nelle prigioni, in esilio, nelle tombe. Vi esortiamo ad aprire questa iniziativa a coloro che subiscono una vera persecuzione per il loro dissenso e a onorare l’eredità del 1977 come spazio di confronto, non come sua simulazione. Avete spesso insistito sul fatto che la Biennale dovrebbe essere aperta a tutte le voci. Vi chiediamo di essere coerenti con le vostre stesse dichiarazioni. Il dissenso e la pace dovrebbe onorare e dare voce al dissenso reale, non al suo simulacro. Sono attualmente 31 gli artisti russi incarcerati per aver espresso opinioni contro la guerra e dissidenti. Alcuni sono stati uccisi in custodia. Queste sono voci che una Biennale del dissenso dovrebbe rendere visibili”.

Tra i firmatari compaiono Nadya Tolokonnikova, artista e fondatrice delle Pussy Riot, l’artista e musicista Sasha Skochilenko, il regista Pavel Talankin, Danila Tkachenko, Anton Litvin, Katia Margolis, Elena Kostioukovitch, Giulia De Florio, Anna Zafesova, Giorgio Alfaras, Lorenzo Strik Leavers, Nicola Bertoglio, Chiara Squarcione, Nadezhda Skochilenko, Marat Gelman, Sergey Morozov, Mariam Pesvianidze e Andrea Gullotta.

Ecco la relazione degli ispettori del ministero della Cultura, inviati a Venezia dopo le polemiche

Il caso si intreccia con la relazione degli ispettori del ministero della Cultura, inviati a Venezia dopo le polemiche. Nel verbale viene riportata la posizione della Fondazione: “La Federazione russa non è stata formalmente invitata”.

La relazione, composta da sette pagine, ricostruisce il confronto tra gli inviati del ministro Alessandro Giuli e i vertici della Biennale. Al centro ci sono la riapertura del Padiglione russo, la procedura di revoca dei finanziamenti della Commissione europea, il rispetto delle sanzioni contro Mosca e le dimissioni della giuria.

Sul catalogo dell’edizione, la Fondazione ha chiarito che, per propria decisione, “nella corrente edizione del catalogo edito da Biennale non sarà presente la sezione relativa alla partecipazione della Federazione Russa in quanto la partecipazione della Russia è in corso di approfondimento alla luce del quadro normativo vigente”.

Il nodo economico riguarda anche il cofinanziamento europeo a rischio, pari a 2 milioni di euro in tre anni legati a progetti del cinema. La Biennale ha messo a verbale che, in attesa di rispondere a Bruxelles, nel “bilancio 2025 è stato prudenzialmente iscritto a fondo rischi la quota dell’acconto ricevuto che si riferisce al 2026-2027, la quota per gli anni 2026-2027 è attualmente prevista nel budget 2026 della Fondazione (di recente approvato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Autorità vigilante) e il Consiglio, per il momento, si è riservato ogni decisione”.

Alla domanda se la Federazione russa sia stata invitata formalmente alla 61ª Esposizione d’Arte e se abbia firmato il documento sulla procedura di partecipazione, la Fondazione ha risposto che “La Federazione Russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione e che essa non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni. Il Padiglione Russia (costruito ai tempi di Nicola II) è stato recentemente restaurato nel 2019, e risulta che la Federazione Russa abbia dato comunicazione dei lavori al Comune di Venezia e Soprintendenza per quanto di competenza e informato la Fondazione. Non esiste una procedura consolidata in merito, La Biennale non sempre viene necessariamente avvertita dei lavori di manutenzione dei Padiglioni”.

Altro punto riguarda le sanzioni europee. La Fondazione ha sostenuto di aver “compiuto in ogni momento una verifica di rispetto delle sanzioni e che non può intervenire sui progetti, ma ha verificato fin dove possibile sulla base delle informazioni a disposizione, l’osservanza della normativa da parte dei progetti presentati”.

Il verbale precisa anche la natura degli eventi previsti nei giorni dell’anteprima. Per la Biennale, “il vernissage, tra il 5 e l’8 maggio 2026, è un evento privato, su invito e non aperto al pubblico e, pertanto, non si prevede la presentazione di Scia per manifestazione pubblica. Aggiunge che la Federazione Russa, in base alle sanzioni vigenti, non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico e, dunque, questo non può essere accessibile nel periodo di apertura al pubblico della mostra”.

La Fondazione ha poi respinto il paragone con Expo. “spesso si accomuna erroneamente la struttura della Biennale Arte/Architettura al modello di Expo, ma non è una Expo: la Biennale non promuove le partecipazioni degli Stati ma sono questi che decidono di partecipare”.

Nel dossier entra anche la vicenda della giuria, dopo l’intenzione di astenersi dal considerare per i premi i Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Il riferimento riguarda la Russia di Vladimir Putin e Israele di Benjamin Netanyahu.

Sul rischio di azioni legali legate all’artista Belu-Siomion Fainaru, la Fondazione ha riferito che “La giuria è stata contattata e informata non solo della portata mediatica a danni della Biennale ma anche del loro personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni non solo a carico del ricorrente ma anche della Fondazione. E precisa che, ad oggi, la Fondazione sta interloquendo con le componenti per chiarire i termini della posizione assunta con la loro dichiarazione, per poi adottare eventuali determinazioni conseguenti e riscontrare, di conseguenza, ai legali del sig. Fainaru e all’Autorità vigilante”.

La giuria si sarebbe poi dimessa nello stesso pomeriggio. Il verbale sarà inviato a Palazzo Chigi e finirà sul tavolo della premier Giorgia Meloni e del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.

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