
Sono passati trent’anni dal sequestro e per la prima volta la scomparsa di Emanuela Orlandi ha una “storia”: una concatenazione di eventi logici. A fornirla agli inquirenti è stato il superteste Marco Fassoni Accetti. L’uomo ha ammesso di avera avuto un ruolo nel rapimento e ora passa da pentita a indagato.
E’ stato ascoltato dai magistrati ancora una volta. Le sue affermazioni, messe a confronto con le tracce e i riscontri, diventano sempre più solide. Non si tratta quindi di un mitomane che ha studiato a fondo la vicenda: Fassoni Accetti ha avuto un ruolo nel caso Orlandi. Quale? Saranno le indagini a scoprirlo. Il reato ipotizzato sarebbe quello di concorso in sequestro di persona aggravato dalla morte dell’ostaggio e dalla minore età.
L’attendibilità di Accetti è resa più forte anche da un episodio: è stato lui a inidicare il luogo, gli ex studi De Laurentis sulla Pontina, dove trovre il flauto di Emanula Orlandi, strumento che la ragazza portava con sè al momento della scomparsa. Le analisi tecniche sullo strumento inizieranno martedì. Ma perché uscire allo scoperto dopo trent’anni? Accetti ha affermato di aver parlato solo per “alzare l’attenzione e indurre altre persone a parlare”.
Tra i mille dubbi, una certezza: il teste-indagato riesce ad abbozzare una ricostruzione organica di quel 22 giugno 1983 in cui Emanuela scomparve nel nulla. E torna a collegare il caso-Orlandi con un altro, quello di Mirella Gregori, l’altra quindicenne sparita il 7 maggio 1983. Accetti ha fornito alcuni indizi: il luogo dove Emanuela fu portata la prima sera: Villa Lante, struttura religiosa ai piedi del Gianicolo. Il coinvolgimento di Alì Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II. E un particlare inquitante: il codice “158”, utilizzato per le telefonate alla Santa Sede, spostando le cifre diventa 5-81, mese e anno del ferimento di Wojtyla.

