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Cataldo Calabretta: “Sul caso Orlandi non possiamo più permetterci zone d’ombra. Ogni pista merita di essere verificata fino in fondo”

Cataldo Calabretta: “Sul caso Orlandi non possiamo più permetterci zone d’ombra”

Cataldo Calabretta: “Sul caso Orlandi non possiamo più permetterci zone d’ombra. Ogni pista merita di essere verificata fino in fondo”
Cataldo Calabretta

Cataldo Calabretta: “Sul caso Orlandi non possiamo più permetterci zone d’ombra”

Avvocato, docente universitario, volto televisivo Rai ed esperto di cronaca nera e giudiziaria, Cataldo Calabretta firma sul settimanale Chi, diretto da Massimo Borgnis, un ampio servizio dedicato alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Un’inchiesta giornalistica che ripercorre quarantatré anni di misteri, depistaggi e piste investigative mai del tutto chiarite, raccogliendo anche le più recenti dichiarazioni di Pietro Orlandi.

Avvocato Calabretta, perché ha deciso di tornare sul caso di Emanuela Orlandi?

«Perché non è un semplice caso di cronaca nera. È una delle più grandi ferite aperte della storia italiana. La scomparsa di Emanuela Orlandi continua a interrogare la coscienza civile del Paese e rappresenta una vicenda nella quale la ricerca della verità non può conoscere prescrizione morale. Da giurista e da giornalista sentivo il dovere di ricostruire con rigore ciò che è emerso negli anni e, soprattutto, ciò che ancora oggi resta senza risposta.»

Nel servizio pubblicato su Chi trovano spazio anche le dichiarazioni di Pietro Orlandi. Qual è l’aspetto che considera più rilevante?

«Pietro Orlandi continua a svolgere un ruolo fondamentale. Se oggi il caso è ancora aperto lo si deve anche alla sua determinazione. Nel servizio ho ritenuto importante riportare il suo richiamo a un filone investigativo che, secondo quanto da lui riferito e richiamando anche le dichiarazioni dell’ex magistrato Giancarlo Capaldo, avrebbe riguardato una presunta rete di abusi e pedofilia all’interno del Vaticano, con il possibile coinvolgimento di figure di altissimo livello. Si tratta di una pista investigativa evocata nel corso degli anni e che, secondo Pietro, non sarebbe stata approfondita fino alle sue estreme conseguenze.»

Lei sostiene che questa pista debba essere rivalutata?

«Sostengo un principio giuridico molto semplice: ogni ipotesi investigativa deve essere verificata con completezza, soprattutto quando può contribuire ad accertare la verità. Non spetta al giornalista né all’avvocato formulare sentenze o attribuire responsabilità. Spetta però a chi racconta questi fatti evidenziare che esistono percorsi investigativi rimasti incompiuti e che meritano di essere riesaminati, se vi sono gli elementi per farlo.»

Nel suo articolo emerge anche il tema della collaborazione tra Italia e Vaticano

«È probabilmente il punto decisivo della fase attuale. Le dichiarazioni dell’avvocato Laura Sgrò, che con grande dedizione e competenza assiste la famiglia Orlandi, e le stesse ammissioni del promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi circa l’esistenza di un fascicolo rappresentano elementi di grande interesse. Se esistono documenti utili alla ricostruzione della vicenda, è nell’interesse della giustizia che siano messi a disposizione degli organi investigativi competenti. Solo una collaborazione piena tra autorità italiane e vaticane può consentire di superare definitivamente decenni di ombre.»

Che ruolo attribuisce oggi alla Commissione parlamentare d’inchiesta?

«È un’occasione storica. Per la prima volta esiste uno strumento parlamentare capace di acquisire documentazione, ascoltare testimoni e ricostruire passaggi rimasti irrisolti. Naturalmente la Commissione non sostituisce la magistratura, ma può fornire un contributo prezioso nell’accertamento della verità storica e nell’individuazione di eventuali nuovi elementi investigativi.»

Quanto è importante raccontare casi come questo?

«È una responsabilità enorme. La cronaca giudiziaria impone equilibrio, competenza e rispetto delle persone coinvolte. Raccontare il caso Orlandi significa evitare sia il sensazionalismo sia le conclusioni affrettate. Ho cercato di offrire ai lettori di Chi una ricostruzione documentata, fondata sugli atti, sulle dichiarazioni dei protagonisti e sugli sviluppi più recenti. »

Dopo oltre quarant’anni, è ancora possibile arrivare alla verità?

«Credo che la verità non abbia una scadenza. La storia giudiziaria italiana ci insegna che esistono vicende rimaste irrisolte per decenni e poi improvvisamente illuminate da un documento, da una testimonianza o da un’indagine finalmente approfondita. Il caso Orlandi merita questo sforzo. Non soltanto per la famiglia, ma per il rispetto che uno Stato di diritto deve avere nei confronti della ricerca della verità.»

È questo il messaggio che vuole lasciare ai lettori?

«Sì. Il servizio pubblicato su Chi non pretende di offrire verità precostituite. Vuole invece ricordare che il caso Emanuela Orlandi continua a porre interrogativi ai quali le istituzioni hanno il dovere di rispondere. Finché ogni pista non sarà verificata, ogni documento acquisito e ogni possibile testimone ascoltato, quel mistero resterà una ferita aperta nella coscienza del nostro Paese. E proprio per questo non possiamo permetterci che il silenzio prevalga sulla ricerca della verità.»