“Il 13 gennaio 2012 sono in parte morto anche io”. Il comandante della Concordia, Francesco Schettino legge in aula le dichiarazioni spontanee, poi si commuove e rinuncia a terminare l’intervento. “Tre giorni dopo l’incidente – ha sottolineato Schettino – la mia testa e’ stata offerta, con la convinzione errata di salvaguardare interessi economici, dalle prime ore dopo il naufragio, con la divulgazione di atti processuali, prima che fossero analizzati e compresi nelle sedi opportune, fino alle ultime fasi di questo processo, in cui sono state utilizzate frasi lesive alla dignita’ umana, lesive anche per coloro che le hanno utilizzate e pronunciate in quest’aula.
Questo, nel tentativo di avvalorare a tutti i costi l’immagine di un uomo meritevole di una condanna che sia in linea con il progetto iniziale, che soddisfi le logiche utilitaristiche che a tutti sono ormai chiare. Ho vissuto tre anni – ha detto Schettino – in un innegabile tritacarne mediatico, la cui violenza, se non subita, e’ difficile da comprendere. Questo, unito al dolore per quanto e’ accaduto, rende difficile definire vita quella che attualmente sto vivendo. Le strategie finalizzate al mio isolamento processuale e personale, fatte veicolare dai media che sono caduti in questa trappola, hanno distorto la realta’ dei fatti alterandoli nella sostanza e nella forma, offrendo un’immagine al pubblico della mia persona, non corrispondente alla realta’”.

