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Cronache
Coronavirus, "Cuciamo mascherine 12 ore al giorno. Attenti a quelle fai da te"

L'emergenza coronavirus ha reso preziose mascherine e tute protettive. "Scarseggiano": chi le produce lancia l’allarme

di Sara Perinetto

“La qualità non si improvvisa, non esistono mascherine fai da te. O sono fatte come si deve o valgono tanto quanto un fazzoletto davanti alla bocca”. Questo è l’avvertimento di Milena Baroni, Ceo di Mycroclean Italia, azienda di Gorgonzola che da oltre 20 anni si occupa di produzione di indumenti a barriera e decontaminazione particellare degli abiti. In altre parole, crea tute e mascherine per chi deve lavorare in ambiente sterile.

Affaritaliani.it l’ha intervistata.

Vi occupate di mascherine e indumenti prodotti in “tessuto barriera”: di cosa si tratta?

"È un tessuto speciale, serve per coprire la persona e fare che non sia una fonte di contaminazione verso l’esterno. I nostri indumenti sono usati dagli operatori della Croce Rossa e da tutto il personale ospedaliero “di contorno”, oppure nelle aziende farmaceutiche, dove si producono farmaci che non devono essere contaminati. Con i nostri indumenti e con le mascherine, chi ha, per esempio, un raffreddore può proteggere gli altri ed evitarne il contagio".

Una volta che l’operatore sanitario ha finito di usare questo indumento, cosa succede?

"I nostri prodotti possono essere lavati e sterilizzati. Il protocollo medico impone l’usa e getta, ma in questa situazione di emergenza ormai manca anche quello, quindi alcuni ospedali si stanno organizzando con questo tipo di materiale proprio perché è riutilizzabile. Sono tessuti lavabili anche fino a 500 volte, ma quando un capo arriva a fine vita viene smaltito come rifiuto speciale, proprio come l’usa e getta".

Qual è la procedura per indossare questi indumenti?

"Bisogna assicurarsi di maneggiarli con mani pulite per non contaminarli. Quindi prima si indossano guanti puliti, poi la tuta, toccandone solo l’esterno, che deve coprire anche il capo; dopo si procede con la mascherina e gli occhiali. Questa è la vestizione che usiamo anche noi, necessaria per entrare nella clean room. Negli ospedali la procedura potrebbe essere diversa.

Di certo, se si starnutisce o tossisce all’interno della mascherina, bisogna cambiarla, metterla in un sacchettino, chiuderla e farla portare via da personale esperto. Questo richiede un elevato numero di ricambi e appunto perché l’usa e getta ormai scarseggia, il nostro tessuto riutilizzabile potrebbe essere una soluzione. E ci occupiamo anche del servizio di decontaminazione e sterilizzazione, infatti facciamo parte di quella filiera produttiva che neanche con l’emergenza si può fermare".

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Quali precauzioni adottate sul luogo di lavoro?

"Stiamo lavorando vestite con indumenti a barriera perché dobbiamo garantire la massima pulizia per lavorare il prodotto e perché dobbiamo proteggerci dal contagio. Per esempio, gli indumenti che adesso decontaminiamo non sono stati usati negli ospedali, però arrivano da aziende farmaceutiche o simili che lavorano sempre nell’ambito, per esempio quelle che producono respiratori, e sono usati da operatori che non sappiamo se sono contagiati o meno. Anche per questo, quando gli indumenti usati tornano qui per la sterilizzazione, dobbiamo maneggiarli con attenzione".

Quali tipi di mascherine producete e quali caratteristiche hanno?

"Le nostre sono di due tipi: la mascherina di tipo chirurgico, la classica con le pieghe, per intenderci, e quella “a becco di papera”, dove la bocca non viene a contatto col tessuto grazie a una piegatura particolare che aiuta anche a respirare meglio all’interno. Sono mascherine riutilizzabili, con una capacità di filtrazione fino a 0.3 micron. Non hanno valvola, è il tessuto stesso filtrante e impermeabile. Siamo in attesa della certificazione del Politecnico di Milano che ha ricevuto il nostro prodotto e lo sta testando per poterlo dichiarare dispositivo medicale. Nonostante ciò, siamo già invasi da ordini di ospedali".

Insomma, non tutti i tessuti sono idonei per le mascherine?

"No, esatto. Il nostro è un tessuto barriera lavabile, un tessuto tecnico riutilizzabile ben diverso dai tessuti che usiamo nella vita quotidiana. Per esempio, il cotone non è assolutamente idoneo per le mascherine, equivale a un semplice fazzoletto davanti alla bocca. I tessuti adatti sono impermeabili, devono aver passato il test di filtrazione batterica e gli splash test. Se per esempio si starnutisce con una mascherina di cotone gli schizzi passano".

Quindi tutti questi tutorial online per produrre mascherine “fai da te” hanno senso?

"Non sono la persona più giusta per rispondere, ma credo abbiano più un effetto psicologico, di farci sentire più protetti, ma tecnicamente non hanno nessun tipo di utilità. Al di là del tessuto usato, le mascherine una volta prodotte devono essere maneggiate con cura. Se un portatore sano di coronavirus tocca la mascherina può averla contaminata. Tutte le nostre operatrici, invece, lavorano con le adeguate protezioni e le mascherine finite vengono sanificate e imbustate in un ambiente ad aria protetta, la clean room. È una camera ad atmosfera controllata, in cui c’è solo una particella di polvere per piede cubo d’aria. Siamo solo due aziende in tutta Italia a poter eseguire questo procedimento di decontaminazione".

Che cosa pensa di tutte queste aziende che si stanno convertendo alla produzione di mascherine?

"È sicuramente un bel segnale di solidarietà. Ma non basta saper cucire, ci vuole competenza. Per esempio, oltre ai tessuti, anche le cuciture devono essere a barriera, fatte con aghi appositi, che non devono bucare il tessuto: parliamo di particelle di 0.3 micron, che potrebbero fuoriuscire dalle cuciture tradizionali. Per questo bisogna ottenere la certificazione ministeriale".

Come commenta gli “assalti alle farmacie” che hanno reso le mascherine introvabili?

"Le mascherine sono utili nei luoghi pubblici perché non sempre è facile mantenere il metro di distanza. Ma bisogna sempre usare il buon senso. Ci chiamano tantissimi privati chiedendo la mascherina ffp3 o ffp2, ma quelle dobbiamo lasciarle agli operatori sanitari. Alla popolazione per fare la spesa basta la mascherina di tipo chirurgico, anche quella lavabile come la nostra".

Sono solo gli ospedali a contattarvi?

"No, le richieste sono svariate. Serviamo tutta Italia, dando precedenza alla Lombardia perché al momento è la regione messa peggio. Prima dell’emergenza avevamo ordini anche da altri paesi esteri, ma ormai ci concentriamo sul territorio nazionale. E poi, bisogna dirlo: tantissimi italiani ci stanno chiamando per comprare materiale da donare agli ospedali. Imprenditori, club, associazioni, davvero tante persone. Un imprenditore di Vicenza ha comprato mille mascherine da donare a una clinica della sua città. A Bergamo stiamo pensando noi, donando tutto quello che possiamo. Per esempio, oggi dovrebbe partire una consegna di calzari usa e getta".

 

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Quanti ordini avete? Riuscite a evaderli tutti?

"Siamo solo in 16, tutte donne, ma solo in 6 cuciono. Sono tutte molto brave, lavoriamo anche di sabato, 12 ore al giorno, e ci stiamo organizzando anche con dei partner, per ampliare la produzione. Le richieste sono altissime, parliamo di milioni di pezzi. Dall’inizio dell’emergenza abbiamo confezionato 50 mila mascherine, che prima era la nostra produzione annua.

Non è facile. Il materiale per realizzare mascherine era finito, ora ne abbiamo recuperato altro. I costi per il trasporto sono aumentati, eppure noi stiamo facendo di tutto per mantenere il prezzo invariato. La richiesta è aumentata subito dopo il primo contagio di Codogno. Gli ordini sono tanti, ad alcuni dobbiamo dire a malincuore di no, e allora dall’altra parte sentiamo il panico, perché siamo in pochi a produrle".

Avete una lista di precedenza?

"Sì, assolutamente, evadiamo gli ordini in base alla priorità. Se ci contatta la Croce Rossa perché sono senza mascherine e l’ambulanza non può partire, ce ne occupiamo subito. Oppure anche la Protezione Civile ha la precedenza. Giorni fa ci ha contattate una Rsa (Residenza sanitaria assistenziale destinata agli anziani, ndr) in cui c’erano stati quattro casi di coronavirus in un unico giorno e avevano bisogno urgente di protezioni per fermare il contagio: ha avuto subito la precedenza".

Da parte vostra, avete delle richieste da avanzare allo Stato, alle istituzioni?

"Sì, assolutamente: serve più chiarezza e rapidità nelle procedure, che spesso sono tanto complesse che non si riesce ad avere risposte celeri anche solo per testare il materiale. La regione ha incaricato il Politecnico di Milano di eseguire i test per avere la certificazione, ma da solo non può far fronte a una richiesta così alta. Dovrebbero incaricare anche dei laboratori scelti, anche privati, accreditarli per poter alleggerire il lavoro del Politecnico, velocizzare le procedure e permettere la rapida immissione sul mercato di nuovo materiale. Ci auguriamo che tutto finisca presto, perché siamo molto provati e come noi tutto il personale in prima linea con i pazienti. Facciamo tutto il possibile per Bergamo, che vive una situazione drammatica. Siamo vicini col cuore a tutti i bergamaschi e a coloro che sono stati toccati da lutti. Non smetteremo di dare il massimo".

 

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