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Cronache
Coronavirus, 34% degli italiani positivo. Studio rivoluzionario dalla Puglia

Quanti italiani sono già entrati in contatto con il virus che provoca il Covid 19, sviluppando anticorpi? Quanti “positivi” ci sono? Abbiamo sempre sentito percentuali basse, fra il 2 e il 10% come massimo.  Ma il dottor Pasquale Bacco della Meleam, una società pugliese a partecipazione americana che opera nell’ambito della sicurezza sul lavoro, svolgendo profonde ricerche sui virus, ci lascia basiti con uno studio compiuto su 7.038 italiani dal 25 febbraio al 17 aprile 2020. Risulta positivo al Sars-CoV 2 il 34% del campione, con punte impressionanti a Brescia e Bergamo (49%) ma anche in Puglia e Campania (40%).

Cosa significa? Che un altissimo numero di persone tra febbraio e aprile era già entrata in contatto con il Sars-CoV2 e aveva sviluppato immunità, pur essendo asintomatica. Ma la cosa più sorprendente è che il 78% aveva una memoria immunitaria già “vecchia”. Ciò significa che i positivi al test avevano già preso contatto con il virus ben prima di febbraio. Lo studio rivela punte impressionanti di positivi  (ovvero già entrati in contatto con il virus, che non significa malati) a Brescia e Bergamo, dove circa il 49% era risultato già “infettato”. Ma anche in Puglia e Campania risultano percentuali maggiori o pari al 40%! Cosa che cambierebbe radicalmente la situazione, se verificata su tutta la popolazione. Colpisce la differenza netta fra uomini e donne: i primi risultano molto più permeabili al virus.

Dottor Bacco che tipo di soggetti avete analizzato?

Sono stati sottoposti a test sierologico solo soggetti che, in base ai nostri dati ed alle loro dichiarazioni, erano in buona salute generale. Si è effettuata un'anamnesi generale circa eventuali patologie familiari: abbiamo escluso patologie come ipertensione, gravi patologie del sangue, lesioni neoplastiche di tipo maligno, qualsiasi intervento cardiovascolare compresa la sostituzione di valvole cardiache e molte altre.  Abbiamo individuato il campione solo fra gli asintomatici o al massimo con blandi sintomi in nessun modo correlabili a sindromi anche superficiali da Covid19 (ricordiamo che Covid 19 è la “malattia”, mentre essere positivi significa aver avuto in corpo il virus Sars-CoV2, ndr). Sono state escluse le professioni come sanitari e forze dell’ordine perché dotati di protezione. Abbiamo analizzato soggetti rappresentativi di tutte le età lavorative, in tutte le regioni, individuando un campione minimo in ogni capoluogo di regione La suddivisione regionale e provinciale rappresenta la stima base per determinare direzioni e velocità di spostamento del virus ed affinità territoriale dello stesso. Abbiamo escluso i minori di 18 anni   e gli over 60. I primi per il rischio di presenza di emoglobina non ancora adulta che poteva mascherare la positività al virus. I secondi  per evitare possibili patologie strettamente correlate all'età, non ancora clinicamente manifeste, che avrebbero potuto dare falsi negativi o positivi.

 

A che risultato siete giunti?

Che il 34% della popolazione esaminata era già entrata in contatto con il virus sviluppando gli anticorpi e che una grandissima percentuale aveva anticorpi di vecchia data. Ad esempio, guardiamo il dato su Brescia, dove il 49% delle persone è risultato positivo: questi soggetti sono entrati in contatto con il virus, hanno prodotto anticorpi e sono diventati immuni senza sviluppare patologie. Abbiamo iniziato il test  a inizio febbraio, in tre fasi distinte. Nel secondo step, da inizio aprile, abbiamo inserito anche la fascia da 51 a 60 anni. Secondo il nostro campione, gli “untori” sono le persone sotto i 30 anni, quasi sempre completamente asintomatiche, che hanno amplificato la diffusione del virus.

Avete riscontrato differenze per regione? E per sesso?

Si è partiti analizzando il campione residente nelle regioni più fredde ed umide, per valutare immediatamente, in una fase ancora iniziale della diffusione, il contrasto nell'incidenza del virus in rapporto alle condizioni ambientali. Il virus  che causa il Covid 19 è sensibile al clima, si manifesterà sempre in maniera più incisiva nelle zone più fredde d'Italia. Quindi anche ad uguale “concentrazione”, la patogenicità del virus sarà sempre maggiore al nord, rispetto al sud Italia/Europa.  Il virus  si è spostato verso il sud già da fine 2019 ed ad inizio 2020 era già presente (risultato evidenziato dall'incidenza delle IGG tra i positivi). Concentrazioni inferiori e minore capacità aggressiva per via del clima, hanno reso la maggior parte delle infezioni, soprattutto le prime, quasi asintomatiche. Le donne presentano ovunque, tranne rarissimi casi, un’ incidenza inferiore della capacità del virus di infettare. È quindi evidente che presentano un ostacolo più arduo per il virus, proprio nella fase iniziale dell'infezione (dove sono fondamentali i recettori cellulari).In ogni caso pensiamo  che, come tutti i coronavirus, anche questo sia condizionato in maniera determinante dal clima, quindi che scomparirà in estate per riapparire con lo scendere delle temperature. 

Secondo il vostro studio qual è l’indice di mortalità del Covid 19?

La mortalità diretta da COVID19 non è superiore all'2%. Se non si considera la fascia d'età superiore a 55 anni, l'incidenza scende al di sotto dell'1%. Si tratta di un virus molto debole, muore velocemente. Potremmo paragonarlo a un ragazzo magro e senza muscoli che però corre veloce. Io studio da 25 anni l’HIV e là ci si trova davanti a un programma intelligentissimo. Faccio un esempio: se noi mettiamo il virus dell’HIV davanti a ostacolo, lui  trova la maniera per superarlo. Quando la comunità scientifica ha trovato  i farmaci antivirali che lo uccidevano, il virus  dell’HIV si è annidato in zone dell’organismo dove non  essi non entrano, le chiamiamo le “cattedrali dell’HIV”. Rimani sieropositivo per la vita perché lui supera la  barriera emato-encefalica, dove i  farmaci non entrano. Al contrario,  il virus che provoca il Covid 19 muore velocemente, in competizione con altri virus soccombe. Insomma, è debole.

Essere positivi al test sierologico rende sereni per se stessi però non impedisce di infettare, giusto?

Esatto, per capire se si è infettivi per altri o meno bisogna fare il tampone. E risultare negativi. In questo caso, se si è positivi al test  e negativi al tampone, si può circolare liberamente e senza mascherina. L’immunità dura più o meno sei mesi, perché il virus muta e non si rimane immuni per sempre. Il dottor Fauci parlava addirittura di due anni, io sono più cauto e dico sei mesi, per essere tranquilli. Poi, va rifatto il test. Il test sierologico non è un’alternativa né sostituisce il tampone; il test è un completamento, in quanto fornisce informazioni che il tampone non può dare e precisamente rivela a che stadio è l’infezione e che reazioni immunologiche si sono verificate nell’organismo ospite.

Ma non avete sottoposto il vostro test all’attenzione delle autorità e dell’unità di crisi per il Covid 19?

Si certo, al termine della prima fase, impressionati dalle percentuali di Brescia, abbiamo preso contatto con le istituzioni  e ci è stato indicato il professor Burioni come referente primario. Abbiamo presentato lo studio ma non siamo stati ascoltati, ci siamo sentiti dire che le percentuali erano fuori dal mondo. Ho chiesto da cosa loro  traessero percentuali così basse, mi parlarono di  un  2%,  ma non mi è stato documentato nulla. Avrei avuto grande interesse ad un confronto. Poi, dopo un mese e mezzo circa  siamo stati  richiamati da una persona dell’équipe del professor Burioni e ci è stato detto che per loro la percentuale più plausibile era del 10. Anche qui, ho chiesto di sapere da dove fosse tratto un dato di quel tipo, non per spirito polemico ma per capire. E anche qui, non ho mai saputo da dove derivasse questo 10%.

I primi soggetti analizzati sono stati 7.038. Che test avete usato? Proseguirete nell’analisi?

Si, abbiamo avuto un  forte finanziamento da un privato per andare avanti nell’analisi. Stiamo riscontrando cose molto importanti ma non siamo ancora pronti per dirle. I kit che abbiamo usato inizialmente erano di tre tipi, per poter confrontare i risultati: uno era cinese, uno canadese e uno fatto fra Londra e l’Italia. Oggi disponiamo di un kit sierologico prodotto integralmente  in Italia.

Cosa pensa della terapia con il plasma?

Penso sia fondamentale, perché il problema si pone quando nell’organismo entrano virus che non conosce. Ebbene, inserendo anticorpi che lo riconoscono, contenuti nel plasma, si permette all’organismo di giocare le sue carte e di difendersi. Magari in qualcuno non funzionerà, ma in grandissima percentuale si.

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