“Molti di quelli che stanno adesso ce li hanno messi quelli di allora venivano a pregarmi”. Raffaele Cutolo, boss di camorra in carcere al 41 bis, accusa la politica: “Se esco e parlo crolla il Parlamento. Testimoniai per Andreotti. Stimo Berlusconi“.
Da tantissimi anni Cutolo si trova in isolamento al 41 bis dove sta scontando quattro ergastoli, ma non si è mai pentito. Da Parma, dove sono reclusi anche boss mafiosi come Riina, Bagarella, il “Nero” Massimo Carminati (oltre all’ex parlamentare di Forza Italia Marcello Dell’Utri) l’uomo che fondò la Nuova camorra organizzata si considera un “sepolto vivo”. E, nel corso di un colloquio (per via indiretta) con Repubblica, attraverso la moglie Immacolata Iacone e il legale Gaetano Aufiero, Cutolo accusa: “I miei segreti fanno tremare tutti. Chi è al comando oggi è stato messo lì da chi veniva a pregarmi”.
CUTOLO: “SE ESCO E PARLO CROLLA IL PARLAMENTO” – Non ha mai voluto collaborare con la giustizia: “Per dignità non mi sono mai venduto ai magistrati. Se la sono legata al dito e hanno buttato la chiave. [..] Pago e pagherò fino alla fine. Ma non sono un pericolo. Sarei pericoloso se parlassi, ma non ce l’hanno fatta a farmi diventare un jukebox a gettone: il pentito va a gettone. Parla e guadagna. Un ulteriore oltraggio alla memoria delle vittime”, spiega a Repiubblica. Una convinzione che ormai non è una novità. Nel dialogo non mancano le accuse di Cutolo alla politica: “Allo Stato servo così. Pensano sia ancora legato alla camorra. Ma quale camorra?. E’ una pagina chiusa dal 1983, quando ho sposato Tina nel carcere dell’Asinara (presente un giovane Luigi Pagano, oggi vice capo del Dap)”.
Nell’81, scrive Repubblica, mezza Dc gli chiede di far liberare l’assessore regionale napoletano all’edilizia Ciro Cirillo, uomo di Antonio Gava sequestrato dalle Br. Sulla trattativa tra servizi segreti, Cutolo e brigatisti, accertata nel ‘93 da un’ordinanza del giudice istruttore Carlo Alemi, l’ex boss ha detto e non detto. “È stata la prima trattativa Stato-mafia. Forse anche la mia vera condanna”. Poi racconta: “Ho una telecamera puntata sul gabinetto. Non posso avere in cella più di tre paia di calzini e mutande. Vorrei mi spiegassero il senso. Ho sempre tenuto a essere in ordine. Sono figlio di contadini ma la cura di sé è importante. La insegnavo ai miei uomini. È una forma di rispetto essere sempre impeccabili: ho ammirato Andreotti. Testimoniai per lui al processo Pecorelli. Nemmeno un grazie, ci sono rimasto male. Alcuni suoi colleghi mi mandavano gli auguri a Natale. Tutti parolai i politici. L’ultimo che ho stimato è stato Berlusconi“.
