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Da Leonardo a Sal, il genio non basta più: perché l’Italia si è persa tra il prodotto e l’involucro 

Da Leonardo a Sal, il genio non basta più: perché l’Italia si è persa tra il prodotto e l’involucro 

Oggi voglio partire da una provocazione storica e culturale, che attraversa l’evoluzione del nostro Paese dal dopoguerra a oggi. Mi sono chiesto spesso cosa sia successo all’Italia dal “Rinascimento industriale” degli anni Sessanta ai giorni nostri. 

Facciamo un salto indietro. Se Leonardo Da Vinci avesse avuto l’energia, le reti di comunicazione, i servizi e una minima tecnologia per sviluppare e raccontare le sue invenzioni, probabilmente sarebbe stato il capo del mondo. Disegnò l’elicottero per primo, ma non aveva il sistema intorno per farlo volare e industrializzare.

Oggi, chi governa l’economia globale non inventa l’elicottero. Chi sta in cima alla catena del valore non è colui che crea l’oggetto da zero, ma chi sa gestire il processo, la comunicazione, il collante. Chi sa mettere insieme in modo sistemico prodotti esistenti, servizi, persone e strumenti.

Ed è qui che scatta il paradosso, la mia provocazione.

Da Leonardo Da Vinci a Sal Da Vinci

Sia chiaro, parlo da comune cittadino che ascolta musica. Amo la qualità dei nostri storici cantautori – penso a Battisti, Mina, Dalla, Celentano, De Gregori, Venditti, Vasco. Ma se guardo a un fenomeno pop moderno come Sal Da Vinci, mi rendo conto che quel tipo di prodotto funziona non per la complessità intrinseca del contenuto, che può apparire basica, ma perché è corredato, complementato e spinto da una serie di fattori che oggi fanno la totale differenza sul mercato.

Parlo di storytelling, di un leitmotiv preciso, di un balletto virale, di un tono di voce, di un linguaggio. Un processo di diffusione geometrico che rende mainstream e popolare un qualcosa che, a livello di pura emozione o scrittura tradizionale, potrebbe sembrare insufficiente.

Ma oggi il “prodotto nudo” non basta quasi più. Conta la scatola, l’immagine, l’involucro. Conta la velocità, la strategia, il canale e il processo con cui questo involucro viene passato al pubblico. E, piaccia o no, questi processi oggi valgono molto più del prodotto stesso.

Durante il nostro miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta, l’Italia era ancora “Leonardo”. Avevamo la straordinaria capacità di fare prodotti fisici, una manifattura d’eccellenza che ha tirato su le grandi fabbriche automobilistiche, la metallurgia, o geniali intuizioni quotidiane come la Bialetti. Eravamo inventori e artisti in un mondo ancora simile al Rinascimento, lento e attento al cuore delle cose. 

Poi il mondo è cambiato. Con la globalizzazione e la smaterializzazione digitale guidata da Internet, la velocità è diventata tutto. Produrre l’oggetto in sé ha perso centralità economica: il vero valore si è spostato sul venderlo, comunicarlo, processarlo, impacchettarlo.

Ed è esattamente qui che i nostri “Poteri Corti” stentano.

La verticalizzazione isolata che limita la gestione della complessità

Perché nel DNA delle nostre mPMI c’è ancora e sempre Leonardo. Siamo rimasti ancorati a quella figura di inventori e artisti isolati, una tendenza che purtroppo alimentiamo fin dalla scuola e dall’università, dove formiamo le persone a compartimenti stagni. C’è il progettista verticale, l’ingegnere verticale, l’artista verticale. Ma questa iperspecializzazione non funziona più in un mondo sistemico, rapido e complesso, perché impedisce di avere una visione d’insieme (cito pezzi di discorso del Prof. Piero Dominici).

Ho la profonda convinzione che dobbiamo cambiare traiettoria. Non possiamo più permetterci di essere eccezionali produttori di contenuti e pessimi gestori di contenitori. Dobbiamo lavorare sulle connessioni: connessioni di pensiero, connessioni tra professioni diverse, connessioni umane e, soprattutto, sui servizi che fanno da corredo al nostro prodotto manifatturiero.

Questo è il vero, enorme problema strutturale che nessuno sta affrontando.

Un centro nevralgico per lo sviluppo sistemico

Se io fossi al governo, se fossi il prossimo Presidente del Consiglio, partirei da una riforma radicale dell’architettura istituzionale. Allargherei l’attuale Ministero dello Sviluppo Economico trasformandolo in un Ministero dello Sviluppo Economico e della Social Innovation. Un unico centro nevralgico capace di disegnare un modello di sviluppo economico e sociale sistemico, in grado di gestire la complessità contemporanea.

Un ministero che deve muoversi all’unisono con l’Istruzione e l’Università. Solo così possiamo programmare gli imprenditori, i lavoratori e i professionisti di domani, dando loro non solo la competenza tecnica (“il saper fare il prodotto”), ma la visione sistemica delle connessioni e dei servizi.

Questa transizione non è il futuro: è già il passato. E noi siamo drammaticamente indietro. Chi all’estero (e in poche virtuose realtà italiane) ha capito che il valore risiede nel sistema, oggi è più avanti, è più produttivo, genera più margini e, a cascata, riesce a gestire molto meglio anche le ricadute e i problemi sociali.

Finché continueremo a ignorare i processi, a curare solo il “pezzo di ferro” ignorando la rete e l’involucro che lo fa vendere, la nostra capacità di creare valore continuerà a erodersi. E i Poteri Corti rimarranno drammaticamente confinati nel loro isolato, bellissimo, ma sterile Rinascimento.

Marco Travaglini – Imprenditore, fondatore del centro studi Produttivitalia.