Tornano al centro dell’attenzione mediatica i dazi imposti da Trump, che questa volta salgono al 15% sulla base di un diverso fondamento giuridico, di natura temporanea, mentre “l’amministrazione cercherà altre autorità legali per applicare tassi di dazi più appropriati o pre-negoziati”. Una decisione che solleva numerosi interrogativi sul futuro economico dell’Unione europea: per le imprese europee cambia davvero qualcosa o, di fatto, resta tutto come prima? E ancora: chi pagherà il conto, le aziende europee o le imprese americane?
A fare chiarezza è Matteo Villa, Senior Research Fellow presso l’ISPI ed esperto di politica economica, che ad Affaritaliani spiega: “L’Europa non è penalizzata tanto per l’aumento dei dazi, quanto perché si sono ridotti i dazi alla Cina dal 38 al 25%. Ogni riduzione a favore della Cina ne rafforza la competitività rispetto ai prodotti europei. Il vantaggio, dunque, è oggi cinese”.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato una parte dei vecchi dazi, ma Trump li ha subito ripristinati al 15% con un’altra base legale. Per le imprese europee cambia davvero qualcosa o, di fatto, resta tutto come prima?
“Per il momento, sostanzialmente non cambia molto. I dazi medi effettivi verso l’Europa, che prima del 15% si attestavano intorno al 9%, saliranno ora al 12–13%. Si tratta quindi di un aumento contenuto, nell’ordine dell’1–2% medio effettivo, che dal punto di vista pratico incide relativamente poco sulle imprese europee. Non si è verificata una riduzione dei dazi, ma l’incremento è modesto.
Il vero nodo riguarda piuttosto la stabilità del quadro normativo. I dazi precedenti sembravano ormai consolidati; quelli attuali, invece, poggiano su una base legale che consente di mantenerli solo per cinque mesi. Con questo strumento giuridico, il presidente non può superarli oltre il 15%: questa è l’unica certezza. Non è quindi possibile minacciare ulteriori aumenti sopra tale soglia.
Resta però una forte incertezza sul dopo. Trattandosi di una procedura mai utilizzata prima, non è chiaro come evolverà. In teoria, il presidente potrebbe interrompere formalmente i dazi allo scadere dei cinque mesi e ripristinarli subito dopo, tentando di prorogarli di fatto. Altri osservatori ritengono invece che sarebbe necessario il consenso del Congresso.
In ogni caso, la situazione appare oggi più instabile rispetto al passato. Va inoltre ricordato che il presidente dispone di altri strumenti per imporre nuovi dazi, sia per singoli Paesi sia per specifici settori. Tuttavia, tali strumenti richiedono un’indagine preventiva da parte del Dipartimento del Commercio: solo al termine di questa procedura, e in presenza di squilibri accertati, si possono introdurre ulteriori misure. Non si tratta quindi di strumenti immediatamente attivabili.
Infine, occorre considerare l’aspetto relativo: l’Europa non è penalizzata tanto per l’aumento dei propri dazi, quanto perché la Cina beneficia di una riduzione. I dazi medi nei confronti di Pechino scendono da circa il 38% a meno del 25% (comprensivi del 15% generalizzato e delle misure precedenti alla nuova presidenza). Ogni riduzione a favore della Cina ne rafforza la competitività rispetto ai prodotti europei. In termini relativi, dunque, il vantaggio è oggi cinese”.
Questi dazi dureranno almeno 150 giorni. Chi pagherà davvero il conto: le aziende europee, le imprese americane che importano o i consumatori negli Stati Uniti?
“I dazi formalmente vengono pagati dagli importatori americani. Sono quindi le imprese statunitensi che importano beni dall’estero a versare l’imposta, decidendo poi se e in quale misura trasferirne il costo sui consumatori finali.
Le imprese europee hanno già subito l’effetto dei dazi precedenti in termini di minori esportazioni. Anche se quelle misure sono state dichiarate illegittime, non esiste un meccanismo che compensi retroattivamente le perdite di volume registrate nei mesi scorsi.
Le ricerche condotte dalla Federal Reserve e da altri istituti indicano che oltre il 90% del costo dei dazi è stato assorbito dall’economia americana, tra importatori e consumatori. Gli esportatori esteri – europei, cinesi o di altri Paesi – hanno sopportato solo una quota minoritaria, intorno al 10%.
In concreto, l’effetto principale per un esportatore europeo è una riduzione della domanda, quindi dei volumi venduti, ma non una significativa compressione dei prezzi. Nella maggior parte dei casi, le imprese esportatrici non hanno scelto di abbassare i prezzi per compensare il dazio; hanno preferito accettare un calo delle quantità esportate piuttosto che ridurre i margini. Il costo si è quindi distribuito in larga parte tra importatori statunitensi e consumatori finali”.
Trump ha definito questa fase “temporanea” in attesa di nuove basi legali. Quali contromisure può adottare l’Unione Europea per evitare che, scaduta questa finestra, scattino ritorsioni ancora più pesanti basate sui poteri diretti del Presidente?
“L’Unione europea dispone di strumenti di risposta, tra cui il cosiddetto “strumento anti-coercizione”, che consente non solo di introdurre dazi di ritorsione, ma anche di limitare l’accesso al mercato europeo per determinate imprese o beni. Tuttavia, finora tale opzione non è stata attivata.
All’interno dell’UE le posizioni non sono uniformi. Alcuni Paesi, come la Francia, hanno sostenuto un approccio più assertivo nei confronti di Washington. Al contrario, le principali potenze manifatturiere europee – Italia e Germania – hanno mostrato maggiore prudenza, preferendo evitare un’escalation e scongiurare l’uso di strumenti considerati particolarmente aggressivi.
È plausibile che questa linea prudente continui anche nei prossimi mesi. Il presidente degli Stati Uniti resta imprevedibile e dispone di altri strumenti per colpire specifici Paesi o settori, ma è probabile che eventuali nuove misure si concentrino su competitor strategici come la Cina o su altri Paesi già oggetto di tensioni commerciali, piuttosto che sull’Europa.
Il punto cruciale, più che il rischio immediato di nuove sanzioni contro l’UE, riguarda la sorte degli attuali dazi allo scadere dei 150 giorni, poiché l’attuale base giuridica non consente, in linea di principio, di mantenere indefinitamente queste misure”.

