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Cronache
Elezioni Roma, M5S e destra galleggiano. Il pallino ce l'ha il centrosinistra

di Andrea Catarci*

Elezioni Roma, sia il M5S che la destra galleggiano. Il centrosinistra ha il pallino in mano.

Le destre a Roma hanno un forte insediamento ma non hanno ancora un candidato. Cercano affannosamente di “lanciare” sia profili civici che politici, dall’avv. Michetti e l’ex giudice Matone al senatore Gasparri, essenzialmente per misurarne attraverso i sondaggi la rilevanza elettorale al primo e al secondo turno. I risultati non devono essere rassicuranti e i leader nazionali, più che entrare nel merito della questione-Capitale, sembrano prestigiatori intenti a frugare nel cilindro alla ricerca del proprio asso. La verità è che, oltre al nome, mancano di idee, strategie, programmi, progettualità, radicamento territoriale, figure di riferimento. E si vede per intero. Negli anni all’opposizione sono andati a intermittenza, prima coprendo le malefatte della giunta Raggi in ossequio all’alleanza nazionale, poi scoprendone gradualmente la distruttività, con denunce a cui non hanno mai affiancato proposte, tantomeno prefigurando alternative. Si sono rifugiati in stereotipi su rom, migranti e sicurezza, proprio come le organizzazioni estreme. Malgrado 5 giunte municipali pentastellate si siano dissolte come neve al sole, in nessuno dei casi si sono dimostrati pronti a indicare una possibile uscita a destra dalle crisi. La componente leghista, infine, malgrado i gattopardismi sconta tuttora una diffidenza diffusa, per le pulsioni antiromane che l’hanno caratterizzata non solo alle origini. Eppure esse si giocheranno le loro carte, con la spregiudicatezza di sempre.

Il M5s con la Sindaca uscente ha scelto di giocare d’anticipo, scendendo in campagna elettorale fin dalla scorsa estate. Ciò ha comportato un’intensificazione della propaganda che non ha però occultato le insufficienze dell’attuale amministrazione: le grandi questioni dei trasporti, dei rifiuti, dell’assistenza alle persone in tempi di pandemia, delle politiche sociali, della programmazione del territorio, delle rigenerazioni urbane, della cultura e dello sport sono tutte peggiorate, insieme ai conti, alla macchina burocratico-amministrativa e alla manutenzione ordinaria di verde, strade, edifici pubblici, istituti scolastici. Il vento non solo non è cambiato, come si annunciava nei giorni della vittoria del 2016, si è trasformato in burrasca e ha prodotto macerie nei quartieri e nei luoghi della produzione. Sono in confusione al punto da esplodere pure su episodi banali. Per stare all’agenda, l’errore sulla targa per Ciampi sarebbe una sciatteria e basta se non ci fossero a contorno i comportamenti insani di sindaca e adepti, a inventare bugie, complotti e capri espiatori: prima motivano il rinvio con una scheggiatura inesistente, poi il capogruppo Ferrara accredita l’ipotesi di una manovra ordita per danneggiarli, infine la stessa Raggi rivendica il merito di aver individuato e rimosso il colpevole. Sono così, pronti a gettare la croce sul singolo dipendente o sul nemico esterno pur di giustificarsi, digiuni di autocritica e responsabilità, decisi a imbrogliare la città fino in fondo.

Poi c’è Carlo Calenda, liberale e liberista, un classico “uomo solo al comando”. Da mesi ci sta sempre e solo lui, nelle polemiche, nelle proposte, nei manifesti, nelle dichiarazioni ai media, nelle apparizioni televisive, nei social network. Altri esponenti di Azione fanno capolino in qualche rara occasione per tornare ordinatamente nell’ombra, l’apparato organizzativo e le ingenti spese sono unicamente in funzione della visibilità e dell’immagine del leader. A occhio è l’esatto contrario di quello di cui Roma ha bisogno; il suo consenso comunque dipenderà da come i Romani ne accoglieranno l’impostazione da “predestinato” e da quanto, per stare al suo slogan, lo prenderanno “sul serio”.

Lo schieramento di centrosinistra ha costruito una strategia tra mille difficoltà. Dopo aver tergiversato fino al mese scorso, essenzialmente per volontà del Pd, ha imboccato con decisione la strada delle primarie, per la leadership, il confronto programmatico e la ricerca di radicamento e consenso. Decine di migliaia di persone hanno firmato per sostenere 7 candidature a sindaco e 46 alle presidenze municipali. La quantità non garantisce nulla, sia chiaro. Però la polifonia delle biografie in campo tratteggia quell’intreccio tra civismo, movimenti e forze partitiche che è più di una speranza. Alla fine il Pd ha optato per l’ex ministro Gualtieri e a Tobia Zevi, Paolo Ciani e Giovanni Caudo, già autocandidati da tempo, si è aggiunto prima Stefano Fassina, poi Cristina Grancio e Imma Battaglia. Nei Municipi II e VIII le figure uscenti, Del Bello del Pd e Ciaccheri di Liberare Roma, sono proposti in maniera unitaria direttamente per la presidenza. In 11 municipi su 13 che vanno a primarie una candidatura di Liberare Roma collegata a Imma Battaglia sfida il Pd, in 6 su 13 a farlo sono esponenti di Demos in appoggio a Paolo Ciani. Insomma, non c’è solo il partito più grande, esiste una coalizione, innervata di espressioni sociali e politiche insieme, che aspira a accumulare forza alle primarie del 20 giugno, a ricompattarsi in fretta, a battere le destre e la Raggi alle urne. Ha creato le precondizioni per giocare la partita. Il risultato di essa dipenderà prevalentemente dalla sintonia che nel tempo rimanente riuscirà a stabilire con una città ferita, sofferente e bisognosa di rilancio. Più che dagli avversari…

                                                 *Andrea Catarci, coordinatore del Comitato scientifico di Liberare Roma

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