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Estate, spopolano le creme solari “fai da te” sui social, gli esperti avvertono: “Così si rischia”

Olio di cocco, karité e ossido di zinco tra gli ingredienti dei tutorial. Gli specialisti avvertono sui rischi per la pelle

Estate, spopolano le creme solari “fai da te” sui social, gli esperti avvertono: “Così si rischia”
Immagine generata dall’IA

Ricette a base di olio di cocco, karité, cera d’api e ossido di zinco corrono sui social come alternative ai solari in commercio. Gli esperti avvertono: senza test su SPF, stabilità e resistenza all’acqua, la pelle può restare esposta ai raggi UV.

Dosaggi, filtri e resistenza all’acqua: cosa manca alle protezioni preparate in casa

Bastano pochi ingredienti, almeno secondo centinaia di tutorial che circolano su TikTok, Instagram e YouTube: olio di cocco o d’oliva, burro di karité, cera d’api e ossido di zinco. Il risultato dovrebbe essere una crema solare preparata in casa. Il problema è che non esiste alcuna garanzia sul livello di protezione realmente ottenuto, sulla distribuzione uniforme dei filtri o sulla capacità del prodotto di resistere ad acqua, sudore e calore. Le ricette fai da te hanno attirato da tempo l’attenzione degli specialisti. Uno studio statunitense pubblicato nel 2019 sulle preparazioni più diffuse sui social aveva rilevato una protezione insufficiente in circa il 70% dei casi. La ricerca dedicata alle creme solari homemade ha evidenziato proprio l’assenza dei controlli e dei test ai quali vengono invece sottoposti i prodotti commerciali.

Il rischio concreto è esporsi al sole pensando di avere applicato una protezione adeguata. Anche ingredienti utilizzati nei filtri minerali, come ossido di zinco e biossido di titanio, richiedono una formulazione che ne garantisca una distribuzione uniforme. Nelle preparazioni domestiche possono agglomerarsi e lasciare porzioni della pelle meno protette. Gli oli vegetali, compresi cocco e karité, hanno invece una capacità di schermatura troppo bassa per sostituire una protezione solare testata.

Il tema è stato affrontato anche durante la 21esima edizione del Congresso francofono di allergologia. Françoise Giordano, dermatologa dell’ospedale universitario di Tolosa, ha spiegato: “Le creme solari fatte in casa sono rischiose perché non sono regolamentate né testate per l’efficacia come quelle commerciali”. La dermatologa ha indicato anche altri elementi impossibili da conoscere con una preparazione domestica: “la loro resistenza all’acqua, la durata di conservazione e l’efficacia nella prevenzione del cancro della pelle durante l’esposizione cronica ai raggi Uv sono spesso sconosciute”.

L’American Academy of Dermatology raccomanda prodotti ad ampio spettro, resistenti all’acqua e con SPF 30 o superiore, capaci quindi di proteggere sia dai raggi UVA sia dagli UVB. La stessa associazione ricorda che l’esposizione non protetta alle radiazioni ultraviolette rappresenta un fattore di rischio per i tumori della pelle. Anche la FDA sottolinea che il valore SPF dei prodotti viene determinato attraverso test specifici e che la dicitura “broad spectrum” indica la protezione contro entrambe le componenti UVA e UVB. Il fenomeno si inserisce nella diffusione sui social di teorie che mettono in discussione l’utilità delle protezioni solari. Nelle ultime settimane anche Salmo ha raccontato in un video di avere avuto un carcinoma basocellulare e ha messo la propria esperienza in relazione con l’uso delle creme solari, un collegamento privo di evidenze scientifiche secondo gli specialisti citati da Adnkronos. Il video del rapper è stato effettivamente pubblicato all’inizio di agosto e conteneva quel riferimento alle protezioni solari.

Alle incognite sull’efficacia si aggiunge infine la conservazione. L’assenza di conservanti può favorire contaminazioni da batteri o funghi, mentre dosaggi imprecisi possono modificare ulteriormente la capacità protettiva della miscela. Chi utilizza una crema preparata in casa non dispone quindi di un SPF verificato né di dati sulla sua tenuta durante il bagno, dopo aver sudato o sotto il calore del sole.

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