E’ uno dei massimi esperti di antiterrorismo in Italia. Nel corso degli anni si è occupato di decine di inchieste legate al terrorismo di varie matrici, dall’omicidio di Nicola Calipari a quello di Marco D’Antona. E’ stato anche il capo del Dap (Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria). Nel 2012 il magistrato Franco Ionta è tornato alla Procura di Roma dove, sotto la direzione di Pignatone, è procuratore aggiunto (anche se non più utilizzato nell’antiterrorismo). La sua esperienza sull’argomento potrebbe essere fondamentale in un momento nel quale in tutta Europa si aumentano i finanziamenti antiterrorismo mentre in Italia è stato rinviato per la terza volta il Consiglio dei Ministri che avrebbe dovuto approvare nuove misure sul tema.
Franco Ionta, si parla molto dell’istituzione di una Procura Nazionale Antiterrorismo. Quanto sarebbe utile per fronteggiare il rischio terrorismo?
Sarebbe preferibile un Ufficio autonomo operativo o almeno di riferimento primario per gli organismi di polizia giudiziaria e dei servizi d’informazione. Sarebbe accettabile anche una Direzione Nazionale Antiterrorismo (simmetrica rispetto alla Direzione Nazionale Antimafia) inserita nella Procura Generale presso la Corte di Cassazione. L’ampliamento delle competenze della DNA invece contraddice il principio per cui è necessario “conoscere per operare” e “conoscere per coordinare”.
Da dove arrivano oggi i maggiori rischi terroristici?
La evoluzione del fenomeno terroristico sia di quello interno che di quello internazionale va seguita per poter leggere con intelligenza le sue prospettive, le sue finalità e le sue modalità. Il rischio maggiore deriva dalla sovrapposizione (o addirittura dalla confusione) tra espressioni diverse delle manifestazioni islamiste. Fondamentale la distinzione tra organizzazioni riconducibili alle varie articolazioni territoriali di Al Qaeda e le operazioni dello Stato Islamico (Daesh) che si muove proprio come uno Stato (acquisizione di un territorio – riferimento al Califfato di Cordova-, aggregazione – anche forzata – di una popolazione e Governo, in attuazione della Sharia).
Quali sono i Paesi che rischiano di più?
La lotta alla miscredenza internazionale (Al Qaeda) e la costituzione di un Califfato (IS) si differenziano ma possono trovare una sorta di “convergenza parallela” strumentale e temporanea pur di combattere con il Jihad il comune nemico (l’occidente ritenuto corrotto e infedele). La trasformazione di un paese da “terra di pace – Dar el Salam” in “terra di guerra – Dar el Harb” è decisione sulla quale l’occidente (per sua natura terra aperta) non può influire.
Quanto è difficile prevenire attentati?
L’occidente deve accettare il rischio di azioni violente sui suoi territori poiché la sicurezza assoluta è irraggiungibile e comunque contrasta con le accettate regole di vita. Emerge l’importanza delle Techint ma anche delle Humint (informatori affidabili sul terreno) senza le quali è impossibile avere una intelligence attendibile e capace di prevenire le azioni violente.
C’è chi collega il rischio di attentati al fenomeno dell’immigrazione. E’ un rapporto che esiste davvero?
In tutte le cose i fenomeni vanno affrontati con intelligenza, bisogna saper distinguere le situazioni. Generalizzare un pericolo o sottostimarlo sono due atteggiamenti entrambi non coerenti o non corretti. Farlo diventare un’automazione immigrazione=terrorismo è un’esagerazione così come chi esclude in assoluto che tra gli immigrati non possano esserci infiltrazioni di islamisti fondamentalisti.
Quali e quanti sono i jihadisti in Italia?
Nel periodo della mia gestione dell’Amministrazione Penitenziaria, dopo accurata selezione, sono state attentamente monitorate alcune decine di persone detenute potenzialmente sensibili alle tematiche islamiste con scambio di informazioni con altre strutture componenti del C.A.S.A. (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo) operante presso il Ministero dell’Interno.
@LorenzoLamperti

