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I gay pantofolai, Obama e la democrazia

Il dibattito sulle unioni civili rivela la debolezza del movimento omosessuale italiano. Debolezza la cui spia di evidenza è il suo facile prestarsi a strumentalizzazioni. Vuoi come la registrazione dei matrimoni gay del sindaco di Roma, Ignazio Marino; vuoi come quella dalla Chiesa che utilizza la questione per spostare l’accento sulla comunione ai divorziati ed evitare di affrontare il vero problema che mina la sua stessa sopravvivenza: il celibato dei preti.

Per giunta tutto ciò appare paradossale se si pensa ai progressi in fatto di tolleranza nella fattispecie della società italiana negli ultimi 20/30 anni. Certamente l’omofobia è un atteggiamento difficile da sradicare, forse più del razzismo. E la prova di ciò è la riluttanza di tanti gay famosi a fare outing. Che nascondono all’opinione pubblica la loro omosessualità più che per ragioni di privacy, perché perderebbero una buona fetta di consenso. Va da sé che in democrazia tutto è regolato dal diritto. Eventuali vuoti legislativi possono essere colmati in un unico modo: con delle leggi. Leggi che possono essere ottenute anche con lotte civili agguerrite, anche attraverso le forme di protesta consentite dalle legge. Il che è una delle differenze rispetto al comunismo e alle dittature. Il movimento omosessuale sembra gingillarsi nei suoi privilegi.

Oggi essere gay è un vantaggio competitivo in alcuni ambiti professionali dove viene premiata una certa apertura mentale. I gay sono persino un target di mercato. Essere omosessuali per taluni versi è di moda. Il movimento, per usare un termine obsoleto, si è imborghesito. E’ diventato pantofolaio. Va da sé che si consentirà alle coppie omosessuali di avere gli stessi diritti di quelle eterosessuali circa la reversibilità della pensione, il diritto alla successione, l’assistenza negli ospedali e nelle carceri, gli assegni familiari, che i figli naturali di uno dei due partner possano essere adottati dall’altro. Ma il movimento gay italiano per essere più autorevole dovrebbe essere più solidale con gli omossessuali perseguitati nel mondo. Oggi l’omosessualità è reato in 78 Paesi e in cinque di essi i gay vengono condannati a morte (lapidati in Arabia Saudita e impaccati in Iran).

Perché non protestare contro i governi che fanno affari con questi Paesi? Barack Obama ha inserito la promozione dei diritti degli omossessuali nella sua azione diplomatica. Dopo l’approvazione della legge contro l’omosessualità in Uganda – che ha determinato l’ incremento di aggressioni omofobe – Washington ha annullato le esercitazioni militari congiunte e previsto il divieto d’ingresso negli Stati Uniti agli alti funzionari del governo di Kampala. L’omofobia fa comodo e contrasta con la democrazia. Come dimostra la Russia di Putin. Non è un caso che a giugno 2013 il Parlamento russo ha approvato un provvedimento per cui fare “propaganda ai rapporti sessuali non tradizionali “ è un reato.

Ernesto Vergani