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Cronache
Il commento/ Il potere corruttore della toga

Lord Acton è famoso per queste parole immortali, pronunciate nel 1887: “Power tends to corrupt, and absolute power corrupts absolutely”, il potere tende a corrompere [chi lo detiene], e il potere assoluto corrompe assolutamente”. Il XX Secolo, con la sua mentalità scientifica, ha fornito la prova sperimentale dell’affermazione. Nel 1971, la Stanford University attuò un esperimento rimasto indimenticabile. Nelle cantine dell’ateneo si creò una finta prigione e ventiquattro studenti volontari furono divisi (a caso) in prigionieri e guardie. Presto queste ultime cominciarono ad essere violente, a commettere abusi, fino alla tortura psicologica, mentre fra i prigionieri alcuni si prestavano a divenire “kapò”. Insomma l’esperimento rischiò di sfuggire al controllo e fu interrotto dopo soltanto sei giorni. Rimase dimostrato che la “parte in commedia” prevale sul carattere dell’individuo. Se i ruoli fossero stati assegnati in modo opposto, “i carcerati maltrattati”, sarebbero stati “le guardie crudeli”.

Si tratta dunque di una caratteristica degli esseri umani. Il massimo del pericolo si ha naturalmente se mettiamo insieme la tendenza umana all’abuso del potere (lord Acton) e un potere senza controllo (Stanford). Infatti la guardia carceraria professionale rischia il procedimento disciplinare e poi quello penale dinanzi ad un giudice terzo, mentre Caligola, non essendo sottoposto ad alcun controllo, proprio per questo arrivò, secondo Svetonio, ad inimmaginabili abusi e indimenticabili crudeltà. Il controllo, purtroppo, non sempre è possibile. A volte perché la materia appare troppo insignificante. La maestra elementare, che ha potere su venti o trenta bambini, può dunque manifestare le proprie simpatie o antipatie, attribuire lodi o biasimi sproporzionati a meriti e demeriti, e nessuno potrà seriamente sanzionarla. Analogamente il professore di liceo potrà imporre senza contraddittorio le proprie idee in storia e in politica e agli alunni non converrà correre il rischio di un’imparabile vendetta. Questo esercizio di un potere minimo, in una stanza con alcuni ragazzi, rende la professione di insegnante pericolosa per l’equilibrio mentale. Dalle scuole materne fino all’università. Come sa chi abbia frequentato queste benemerite istituzioni fino alla laurea. Ma a scuola dopo tutto si va avanti. Il caso più grave è quello di un potere istituzionalmente privo di controllo, come quello degli inquirenti nell’amministrazione della giustizia.

Qui la persona del possibile controllato e la persona del possibile controllore in ultima istanza coincidono: In Italia l’inquirente non soltanto è un collega del giudicante, con cui può scambiare le funzioni, lo è anche di quello che deve approvare le sue decisioni durante l’istruttoria. Stabilendo un vincolo di solidarietà forse involontario, certo ineliminabile. La procedura ne risulta inquinata. Per cominciare, l’inquirente può scegliere quali reati perseguire e quali no. La famosa “obbligatorietà dell’azione penale” corrisponde a lasciare al magistrato la decisione sui reati da dichiarare “impossibili da perseguire” per mancanza di tempo e risorse, e quelli sui quali magari accanirsi. Ha inoltre la libertà di scegliere l’imputazione. Poi può tenere l’accusato in carcere o no. A volte a lungo. E se questi ricorre agli organi di controllo, si vede spesso sbattere la porta in faccia. Lui è il seccatore “presunto colpevole”, mentre l’inquirente “è un collega che magari stavolta ha un po’ esagerato, ma è capitato anche a noi. Se ci mettiamo a farci la guerra…”.

In queste condizioni la prevaricazione è semplicemente inevitabile. Se un magistrato ha un potere assoluto e non ne abusa, semplicemente non è umano. Come ha detto lord Acton e come hanno dimostrato alla Stanford University. Ubriachi di telefilm americani, in Italia, abbiamo costretto il magistrato dell’accusa a sedere al livello degli avvocati della difesa, ma si è cambiata la scenografia senza cambiare il testo del dramma. E i guasti che qui si denunciano non sono colpa dei singoli inquirenti. Se mettessimo gli accusati al loro posto forse commetterebbero esattamente gli stessi abusi. È il sistema che bisogna cambiare, con avvocati dell’accusa che non siano affatto colleghi dei giudicanti e che non abbiano il potere di decidere la carcerazione o no. E bisognerebbe inoltre smetterla con la finzione dell’obbligatorietà dell’azione penale: o si depenalizzano i reati meno importanti, o i reati da perseguire sono decisi dall’esecutivo, ogni anno. Non se ne può lasciare la discrezionalità al singolo. Infine bisognerebbe stabilire una sorta di docimasia statistica: gli inquirenti le cui imputazioni sono state seguite da un numero eccessivo di assoluzioni, i giudicanti le cui sentenze sono state troppo spesso e pesantemente riformate, dovrebbero non fare carriera. Che facciano danni piuttosto ai bassi che agli alti livelli. Bisognerebbe insomma vagheggiare meno una giustizia utopica e badare di più a una cosa antica e sacra come l’Habeas Corpus.

Gianni Pardo,
pardonuovo.myblog.it

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