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Intelligenza artificiale: così regolamentiamo un futuro che non sappiamo costruire

L’Italia si adegua all’AI Act europeo ma fa poco per attirare chi crea l’intelligenza artificiale

Intelligenza artificiale: così regolamentiamo un futuro che non sappiamo costruire
Intelligenza Artificiale

Mentre il resto del mondo corre sulla pista dell’Intelligenza Artificiale, l’Italia ha fatto quello che le riesce meglio: ha tirato fuori il calamaio e si è affrettata a varare lo schema di decreto legislativo per l’adeguamento dell’ordinamento nazionale all’AI Act europeo. Siamo tra i primi della classe nell’individuare le autorità di vigilanza – AgID e ACN – e nel tradurre in burocratese sanzioni e paletti per chi violerà il Regolamento UE 2024/1689. Sia chiaro: governare i rischi di questa transizione, proteggere i dati e porre argini etici è non solo giusto, ma sacrosanto. Il problema sorge quando, dentro il perimetro di regole che abbiamo appena edificato con encomiabile tempestività, scopriamo che al momento c’è solo il vuoto.

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C’è qualcosa di tragicomico nel vedere un Paese in palese declino industriale e demografico che si concentra ossessivamente solo sulla disciplina del fenomeno, dimenticandosi di scriverne la parte industriale. La politica ha confuso la strategia con il compitino ben fatto. L’Europa chiama? Noi rispondiamo con un faldone di divieti, convinti che basti normare un mercato per diventarne leader. Ma l’efficienza burocratica non genera innovazione. Se da un lato è vitale stabilire cosa non si debba fare per tutelare i cittadini, dall’altro è disarmante l’assenza totale di piani per attrarre investimenti, capitali esteri e grandi player globali. Stiamo di fatto creando il codice della strada più sicuro del mondo per un deserto dove non circola ancora nessuna vettura.

Quando poi la politica prova a parlare di sviluppo, cade nell’altra grande fascinazione nazionale: la parola magica “incentivi”. Ma intendiamoci, non parliamo di investimenti strutturali capaci di creare un vero ecosistema dell’AI, si preferisce invece la logica miope del bonus a pioggia e dei finanziamenti di spesa fini a se stessi. Si stanziano fondi per la digitalizzazione di facciata, per comprare computer nuovi negli uffici, senza mai avere il coraggio di immaginare quale idea di futuro vogliamo effettivamente costruire. È la politica del giorno per giorno, dove il successo si misura in risorse stanziate e mai in impatto generato sulla produttività reale.

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Il copione, d’altronde, è già scritto e lo abbiamo visto recitare mille volte. Finché ci sono i miliardi dell’Europa, si spende senza una vera strategia di ritorno economico. Poi, puntualmente, i rubinetti si chiudono e i soldi finiscono. A quel punto la narrazione cambia magicamente e i politici che fino al giorno prima parlavano di sovranità tecnologica passano alla modalità “vittime”, andando a elemosinare flessibilità e aiuti alla tanto vituperata Bruxelles. Usiamo le regole europee come scudo per imbrigliare lo sviluppo interno, poi chiediamo all’Europa di salvarci dal declino che noi stessi non abbiamo saputo contrastare. Regolare l’AI è doveroso, ma pretendere di farlo senza avere uno straccio di piano per attrarre chi l’AI la crea davvero è pura illusione.

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