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Cronache

di Guido Camera*

Le parole di Salvatore Riina - intercettate mentre il boss corleonese parlava con un altro detenuto durante i rari momenti di socialità concessigli dal regime di carcere duro cui è sottoposto sin dal giorno del suo arresto (15 gennaio 1993) – sono sicuramente inquietanti. Su questo, credo, possiamo essere tutti d’accordo.

Vista la storia criminale di Riina – e la gravità delle sue parole – gli inquirenti dovranno perciò fare tutti gli accertamenti possibili per capire se si tratta di ordini letali di un boss che ancora tiene saldo il bastone del comando di Cosa Nostra, oppure se sono principalmente macabre e crudeli millanterie di un uomo che, per quanto nella sua vita si sia reso autore di reati gravissimi, comunque da oltre venti anni vive in stato di radicale privazione della libertà e perciò, consapevole di essere intercettato – cosa altamente probabile, come ha giustamente osservato Filippo Facci su Libero qualche giorno fa - le spara grosse sapendo che ciò gli consentirà di conquistare spazio sui giornali.

Diverso è il discorso relativo all’utilizzo processuale che delle intercettazioni delle conversazioni di Riina è stato fatto dai pubblici ministeri che, a Palermo, stanno sostenendo l’accusa nel processo sulla cosiddetta “trattativa” tra Stato e Mafia: che costituisce uno dei capitoli più controversi della nostra storia recente. Un utilizzo processuale che non mi trova d’accordo: sia perché rischia di depotenziare le indagini sulle parole di Riina, sia perché può introdurre nel dibattimento elementi particolarmente suggestivi, anche se oggi non ancora riscontrati, che possono influire sulla “pancia” della Corte - e, nondimeno, dell’opinione pubblica - rivelandosi controproducenti per la ricerca della verità, prima ancora che per i diritti degli imputati. I quali – ed è bene non dimenticarlo mai - rischiano condanne a pene molto severe, oltre a una damnatio memoriae che, soprattutto per chi ha avuto ruoli di primissimo piano nelle nostre istituzioni, può essere una condanna forse ancor più dolorosa. Anche per la nostra storia.

Credo che, per spiegare meglio il mio pensiero, sia opportuna una breve nota - per chi, per sua fortuna, non frequenta le aule di giustizia – sul funzionamento del processo penale. Le intercettazioni ambientali, così come quelle telefoniche, sono un mezzo di ricerca della prova; servono perciò – durante le indagini preliminari – a identificare l’autore di un reato e a cercare le prove della sua colpevolezza: dalle intercettazioni ambientali che hanno riguardato Riina, dunque, possono – anzi, devono – scaturire delle indagini, come tali però coperte dal segreto investigativo più rigoroso: il massimo riserbo da parte gli inquirenti sarebbe perciò stato, a mio giudizio, una condizione indispensabile per comprendere appieno sia la reale entità criminale delle minacce del boss corleonese sia gli obiettivi personali dello stesso. Non dimentichiamo, del resto, che non tutte le azioni che compie un criminale sono automaticamente e aprioristicamente dei crimini.

La decisione dei pubblici ministeri di produrre le intercettazioni di Riina nel dibattimento sulla “trattativa” – invece – ha comportato il venir meno del segreto sulle stesse (lo prevede il codice di procedura penale) e ha offerto ai media la possibilità di pubblicarle; ne è fisiologicamente conseguito lo schiamazzo mediatico cui tutti abbiamo assistito e che, probabilmente, anche il diretto interessato auspicava. E quale prospettiva possono avere le indagini sulle parole di Riina, ora che tutti – boss, pentiti e aspiranti pentiti inclusi - sanno tutto? Ma a chi giova tutta questa confusione? Di certo, non alla ricerca della verità. Della quale, ora come non mai, abbiamo invece disperatamente bisogno.

*Avvocato del Tribunale di Milano

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