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Cronache
Giustizia, Caselli ad Affaritaliani.it : "Abolire il processo d'appello"

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

Dall'antiterrorismo all'antimafia. Da Torino a Palermo e di nuovo a Torino. Dal 1967 al 2013 la carriera di Gian Carlo Caselli è piena di risultati importanti. L'ex procuratore del capoluogo piemontese, ora a capo dell'osservatorio sulle agromafie di Eurispes e Coldiretti, ripercorre la sua lunga esperienza in magistratura in un'intervista ad Affaritaliani.it.

Gian Carlo Caselli, lei è andato in pensione lo scorso 28 dicembre. Come sono state queste prime settimane lontano dalla magistratura? Le manca qualcosa?

46 anni di esperienze sempre intensissime in magistratura indubbiamente segnano in profondo per cui non è facile staccare di colpo. Mi sto abituando e comunque l'impegno assunto sul versante delle agromafie con Eurispes e Coldiretti comincia già a farsi positivamente sentire.

GIANCARLO CASELLI è entrato in magistratura nel 1967. Dalla metà degli anni settanta sino alla metà degli anni ottanta ha trattato reati di terrorismo conseguendo importanti risultati su Brigate Rosse e Prima Linea. Nel 1984 ha fatto parte della commissione per l'analisi del testo di delega del nuovo codice di procedura penale e nel 1991 è stato consulente della Commissione Stragi. Dopo essere stato componente del Csm e magistrato di cassazione, nel 1993 è diventato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. Tra i suoi successi l'arresto di boss del calibro di Leoluca Bagarella,Gaspare Spatuzza e Giovanni Brusca. Sotto la sua guida la procura arrivò a far processare Giulio Andreotti per i suoi rapporti con Cosa Nostra. La sentenza definitiva di Cassazione del 2004 riconobbe le responsabilitàdi Andreotti per i fatti antecedenti al 1980 ma era già intervenuta la prescrizione. Nel 2005 era in corsa per diventare procuratore nazionale antimafia ma una legge del governo Berlusconi, poi dichiarata incostituzionale, lo mise fuori gioco e venne nominato Piero Grasso. Nel 2008 è stato nominato procuratore capo a Torino dove, tra le altre cose si è occupato dei reati commessi in occasione delle manifestazioni del movimento No Tav.  Lo scorso 28 dicembre 2013 ha lasciato la magistratura a seguito del pensionamento. Ora è a capo dell'osservatorio sulle agromafie di Eurispes e Coldiretti. 

In questi 46 anni com'è cambiata la giustizia italiana?

Per quanto riguarda la giustizia sono cambiate molte cose, in particolare il codice di procedura penale del 1989, così come sono stati modificati vari punti del codice penale. Ma il problema dei problemi, la vergogna del nostro sistema, cioè la durata interminabile dei processi, è rimasto invariato. Un processo che non finisce mai non è giustizia ma denegata giustizia.

E nel rapporto tra politica e magistratura è mutato qualcosa?

Qualcosa è cambiato ma non abbastanza se è vero, come è vero, che ancora oggi una disinformazione mirata nega le responsabilità di Giulio Andreotti per collusioni con la mafia consacrate definitivamente fino al 1980 in una sentenza di Cassazione.

Pochi giorni fa è arrivato l'allarme della Commissione Ue sulla corruzione in Italia. Che cosa bisognerebbe fare contrastare questo fenomeno?

L'elenco delle cose da fare è interminabile. Elenchiamone alcune tra le principali. Bisogna riformare la prescrizione perché se i processi non finiscono mai è più facile che la prescrizione azzeri tutto e chi corrompe non rischia quasi nulla. Serve un'anagrafe dei candidati alle elezioni nazionali e locali. Ci vogliono test di integrità per politici e funzionari. I codici di comportamento di cui tanto si parla dovrebbero diventare operativi con conseguenze effettive sul piano disciplinare e politico. Il reato di falso in bilancio è da rivitalizzare. Le collaborazioni di giustizia debbono essere incentivate anche nella repressione della corruzione. Per le grandi opere, decisive per la crescita del Paese, occorre speciale trasparenza mediante una normativa ad hoc, essendo troppo cospicue le risorse messe in campo.

In materia di antimafia quali sarebbero invece gli interventi necessari?

Ci sono due gravi lacune da colmare al più presto. Servono una riforma del reato di voto di scambio in modo da contemplare non solo la dazione di somme di denaro ma anche di qualunque altra utilità e l'introduzione del delitto di autoriciclaggio che, in tutta Europa, soltanto l'Italia non prevede.

Che cosa ne pensa delle minacce di Totò Riina dal carcere? Fanno davvero paura?

Sono indubbiamente preoccupanti e Di Matteo merita attenzione e solidarietà da parte di tutti i cittadini italiani e non da parte di alcuni soltanto.

Quali aspetti della giustizia bisognerebbe riformare?

Una riforma radicale che però consentirebbe di recuperare imponenti mezzi e risorse sarebbe l'abolizione dell'appello. Ma credo di essere fra i pochi che la chiedono.

Quali sono state le più grandi soddisfazioni della sua carriera?

Sul versante dell'antiterrorismo i pentimenti di Patrizio Peci e Roberto Sandalo che hanno innescato il crollo verticale delle Brigate Rosse e di Prima Linea. Sul versante dell'antimafia la confessione resa a me in quanto procuratore di Palermo, ancorché la competenza fosse della procura e dei magistrati di Caltanissetta, di Santino Di Matteo. Fu il primo autore della strage di Capaci a parlare, rivelando tutto quello che era successo in quel terribile 23 maggio del '92 con il feroce attacco dei corleonesi al cuore dello Stato.

Qual è stata invece la più grande delusione?

In particolare, la legge contra personam che, a concorso ormai da tempo avviato, ha calpestato il mio diritto di partecipare alla corsa per la nomina del nuovo procuratore nazionale antimafia. E ciò per punire la mia indipendenza come magistrato, che evidentemente in Italia non da tutti è apprezzata.

Tags:
caselligiustiziaantimafia
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