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Istruzione, italiani sempre più in difficoltà: uno su due non raggiunge i livelli minimi in italiano e matematica

I dati 2025 raccontano un Paese con meno competenze in italiano e matematica: si riduce il divario territoriale, ma perché il Nord peggiora

Istruzione, italiani sempre più in difficoltà: uno su due non raggiunge i livelli minimi in italiano e matematica

La buona notizia è che il divario Nord-Sud è diminuito. L’Italia è meno spaccata in due, almeno sul fronte dell’istruzione e dell’apprendimento. Ma non perché il Sud ha fatto progressi, ma perché il Nord è peggiorato. La cattiva notizia è infatti che il Paese è diventato mediamente più ignorante, da Milano a Crotone. Secondo i dati Invalsi 2025 quasi uno studente su due non raggiunge i livelli minimi in italiano e matematica.

Le prove Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione) sono test standardizzati per valutare le competenze in italiano, matematica e inglese degli studenti della scuola primaria e secondaria. E tramite queste prove è possibile avere un confronto internazionale, per poter dire chi fa meglio. L’Italia fa peggio. Sempre peggio. Il peggioramento è molto evidente nelle scuole superiori: in quinta superiore, infatti, nell’anno scolastico 2018/2019 il 64,93% degli studenti raggiungeva livelli adeguati in italiano; ora la quota è scesa al 52,67%; anche in matematica il calo è marcato, perché si passa dal 61,49% al 50,74% attuale.

Come detto, il fenomeno non riguarda soltanto il Mezzogiorno, storicamente più fragile sul piano degli apprendimenti: se il gap territoriale continua a esistere, è sempre meno marcato. I dati provinciali mostrano un calo anche nelle aree ritenute tradizionalmente più forti.

Milano è uno dei casi simbolo: nella prova di italiano, gli studenti che nel 2018/2019 raggiungevano i livelli attesi erano il 75,68%, invece nell’ultima rilevazione la quota si ferma al 59,69%, con un calo che va oltre i 16 punti. Cali compresi tra 10 e 20 punti si registrano anche a Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze e Roma. Un arretramento che riguarda pure la matematica e che solleva interrogativi sulle competenze future che servono al mondo del lavoro, in particolare nell’ambito delle discipline Stem. Gli unici segnali di recupero arrivano proprio dal Sud, dove in italiano si superano i risultati del 2018/2019 in province come Caserta, Benevento, Reggio Calabria e Agrigento; in matematica si aggiungono anche Vibo Valentia, Cosenza e Crotone.

Come capita spesso è più facile trovare un colpevole, piuttosto che correggere gli errori. Il colpevole – sarà vero – è indicato nel Covid, e nella ferita che ha inferto alla didattica, con il lungo periodo di distanziamento obbligatorio, anche dalla scuola e dagli insegnanti. Resta il fatto che l’emergenza Covid è finita cinque anni fa. E la scuola non ha saputo reagire con la fretta imposta dai tempi. E dalla crisi demografica che incombe sull’Italia.

Già, perché lo scenario che si prepara per il futuro del Paese è preoccupante: saremo sempre più vecchi e più ignoranti. Le nascite sono crollate: lo scorso anno sono venuti al mondo solo 355mila bambini. E visto che – per fortuna – l’Italia è tra i Paesi con la popolazione più longeva al mondo, si stima che entro il 2040 oltre il 32% degli italiani avrà più di 65 anni. Peccato che i giovani siano sempre meno “addestrati”. Quelli più istruiti e più sfidanti se ne vanno: 160mila giovani under 30 scompaiono ogni anno dal Paese per andare all’estero per lavorare.

In queste condizioni il capitale umano di cui potremo disporre sarà sempre meno concorrenziale. Già, perché la concorrenza si fa ormai sul sapere. Noi siamo fermi a meno del 30% di laureati tra i giovani che hanno un’età compresa tra i 25 e i 34 anni. E dobbiamo fare i conti con il 60% del Giappone e oltre il 70% della Corea del Sud. Anche loro, Giappone e Corea, sono Paesi che invecchiano, ma hanno giovani che sembrano preparati per la competizione. La scuola dovrebbe concorrere a formare quel capitale umano che sempre più è indicato come vantaggio competitivo nell’economia della conoscenza. In Italia l’unico indicatore positivo che esce dalla scuola è il miglioramento sulla dispersione scolastica, scesa all’8,2% e al di sotto della media europea, raggiungendo in anticipo il target fissato dall’Ue. Bene, ma è troppo poco.

L’intelligenza artificiale che è ormai diventata compagna di viaggio di molti – per lavoro o per diletto – non può essere uno strumento qualificante per i processi di apprendimento. Altrimenti è facile immaginare che a trovare lavoro sarà lei, l’intelligenza artificiale, appunto.

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