Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » News » Italia nella morsa del caldo, ma l’afa uccide più di quanto pensiamo: i bollini rossi non bastano, serve una strategia nazionale

Italia nella morsa del caldo, ma l’afa uccide più di quanto pensiamo: i bollini rossi non bastano, serve una strategia nazionale

Con temperature fino a 43 gradi e il sistema sanitario sotto pressione, l’Italia affronta la fase più critica dell’estate

Italia nella morsa del caldo, ma l’afa uccide più di quanto pensiamo: i bollini rossi non bastano, serve una strategia nazionale

Nella morsa del caldo: meteo e salute, la prevenzione contro l’emergenza

Sudorazione abbondante, debolezza intensa, sete, mal di testa, nausea, vertigini, irritabilità, crampi, riduzione della quantità di urine: sono il primo campanello di allarme da comprendere subito. Questi segnali esprimono la perdita di acqua e di sali attraverso la sudorazione. In genere la persona è ancora cosciente, orientata e capace di rispondere normalmente. Il colpo di calore è la forma più conosciuta e più grave. Il corpo non riesce più a controllare la propria temperatura e possono comparire danni al cervello, ai reni, al fegato, ai muscoli e alla coagulazione.

I principali segnali di allarme sono confusione, comportamento insolito, difficoltà nel parlare, perdita di coordinazione, agitazione o delirio, convulsioni, svenimento o coma, temperatura corporea molto elevata, pelle molto calda, asciutta oppure ancora fortemente sudata. La presenza di un’alterazione dello stato mentale dopo esposizione al caldo deve far sospettare un colpo di calore anche quando non è possibile misurare subito la temperatura. Il colpo di calore può causare disabilità permanente o morte se il trattamento viene ritardato.

L’Italia è entrata nella fase più difficile di un’estate che sta mettendo sotto pressione città, ospedali, luoghi di lavoro, reti energetiche e sistemi di assistenza. Il sistema nazionale di sorveglianza del Ministero della Salute monitora il livello di allerta per il caldo. Il bollino rosso non segnala soltanto un pericolo per anziani, bambini e persone affette da malattie croniche: indica condizioni potenzialmente rischiose per l’intera popolazione. In alcune aree italiane le temperature hanno superato i 40 gradi, raggiungendo valori prossimi ai 43 gradi. Non siamo quindi davanti a una parentesi meteorologica particolarmente sgradevole. Siamo di fronte a un fenomeno sanitario, sociale, economico e produttivo che dovrebbe essere affrontato con gli stessi criteri utilizzati per le altre grandi emergenze di salute pubblica: sorveglianza, prevenzione, protezione delle persone vulnerabili, organizzazione dei servizi e valutazione dei risultati.

Il caldo estremo non fa rumore. Non abbatte edifici in pochi secondi e non lascia immagini immediatamente riconoscibili come un’alluvione o un terremoto. Agisce lentamente, spesso dentro abitazioni surriscaldate, reparti ospedalieri, residenze per anziani, cantieri, magazzini, cucine industriali e campi agricoli. È proprio questa apparente invisibilità a renderlo più pericoloso. L’Organizzazione mondiale della sanità considera lo stress termico la principale causa di morte legata al clima nella Regione europea. Negli ultimi quattro anni, secondo l’OMS Europa, il caldo avrebbe causato oltre 200.000 decessi nell’Unione europea e nei Paesi associati. Una parte molto ampia di queste morti sarebbe stata prevenibile attraverso sistemi di allerta, assistenza territoriale e misure di adattamento adeguate.

Leggi anche: Caldo estremo. Greco (S.I.d.R.): “Salute riproduttiva e fertilità sono a rischio con le alte temperature”

Nel solo 2024, i decessi europei attribuibili alle alte temperature sono stati stimati in circa 63.000. La mortalità correlata al caldo è aumentata negli ultimi decenni, mentre l’Europa si riscalda a una velocità circa doppia rispetto alla media mondiale. L’Italia occupa una posizione particolarmente delicata. L’elevata percentuale di popolazione anziana, la diffusione delle patologie cardiovascolari, respiratorie, renali e metaboliche, l’isolamento sociale di molti cittadini e la conformazione densamente urbanizzata di numerose città amplificano gli effetti delle temperature estreme.

Il caldo può provocare disidratazione, ipotensione, sincope, alterazioni neurologiche e colpo di calore. Può inoltre aggravare scompenso cardiaco, insufficienza respiratoria, malattie renali, diabete e patologie cerebrovascolari. Anche alcuni farmaci, tra cui diuretici, antipertensivi, psicofarmaci e medicinali che interferiscono con la termoregolazione, possono aumentare la vulnerabilità individuale. Il rischio non si esaurisce quando tramonta il sole. Le cosiddette notti tropicali, durante le quali la temperatura rimane elevata, impediscono all’organismo di recuperare lo stress accumulato durante il giorno. Aumentano insonnia, stanchezza, irritabilità, disorientamento nelle persone fragili e difficoltà di concentrazione. Il caldo può incidere anche sul benessere psicologico, sulla produttività e sulla capacità di assumere decisioni prudenti.

Le persone maggiormente esposte sono gli anziani che vivono soli, i malati cronici, i bambini molto piccoli, le donne in gravidanza, le persone con disabilità, i soggetti non autosufficienti e chi vive in abitazioni prive di adeguata ventilazione. Ma la categoria della fragilità deve essere ampliata. È fragile anche chi non può permettersi un climatizzatore o teme il peso della bolletta. È fragile chi abita all’ultimo piano di un edificio privo di isolamento termico. È fragile chi vive senza una rete familiare. È fragile il lavoratore che deve continuare a operare all’aperto, il rider che attraversa la città sull’asfalto rovente, il bracciante agricolo, l’operaio di un capannone non climatizzato, l’addetto alla logistica o alla raccolta dei rifiuti. La vulnerabilità climatica è sempre più spesso una forma di disuguaglianza sociale.

Una famiglia con una casa efficiente, ambienti climatizzati e possibilità di modificare gli orari di lavoro affronta il caldo in condizioni profondamente diverse rispetto a chi vive in una periferia densamente edificata, utilizza mezzi pubblici sovraffollati e svolge attività fisicamente pesanti. Per questo il caldo non può essere trattato soltanto come una questione di comportamento individuale. Bere acqua, evitare l’esposizione al sole e indossare abiti leggeri sono precauzioni indispensabili, ma non possono sostituire una politica pubblica.

I rischi

Durante le ondate di calore aumenta il rischio di malori, riduzione dell’attenzione, errori, cadute e incidenti. Le alte temperature possono diminuire la capacità fisica e cognitiva, soprattutto quando si associano a umidità elevata, esposizione diretta al sole, dispositivi di protezione pesanti e attività muscolare intensa. L’INAIL raccomanda di consultare le previsioni della piattaforma Worklimate, organizzare le attività nelle fasce meno calde, assicurare pause in zone ombreggiate, garantire un’idratazione adeguata e modificare ritmi e carichi di lavoro.

Numerose Regioni hanno adottato ordinanze che vietano alcune attività all’aperto nelle ore più calde durante le giornate ad alto rischio. In Piemonte, per esempio, il divieto previsto per determinati settori è stato esteso anche alla logistica e ai rider, oltre che all’agricoltura, all’edilizia e alle cave. Questi provvedimenti sono utili, ma la frammentazione regionale rischia di produrre tutele differenti da territorio a territorio. Sarebbe necessario introdurre una disciplina nazionale uniforme che colleghi automaticamente le misure di protezione agli indici di rischio meteorologico e occupazionale. Al superamento di determinate soglie dovrebbero scattare rimodulazione obbligatoria degli orari, pause aggiuntive, disponibilità di acqua, zone fresche, sorveglianza sanitaria e sospensione delle lavorazioni incompatibili con la sicurezza.

La tutela della salute non può dipendere dal codice postale del lavoratore. Il Ministero della Salute dispone di un sistema nazionale di previsione e allarme attivo in 27 città, con bollettini elaborati sulla base della relazione tra condizioni meteorologiche e possibili effetti sanitari. Il Piano nazionale di prevenzione è operativo durante la stagione estiva e i bollettini vengono aggiornati con previsioni a 24, 48 e 72 ore. Questo sistema rappresenta una base preziosa. Ma l’allerta deve produrre accorgimento rapidi ed efficaci. Il bollino rosso dovrebbe attivare automaticamente protocolli territoriali: contatto telefonico con gli anziani soli, verifica delle condizioni delle persone non autosufficienti, potenziamento dell’assistenza domiciliare, monitoraggio delle residenze sanitarie, rafforzamento della continuità assistenziale e predisposizione dei pronto soccorso.

I medici di medicina generale, i pediatri, le farmacie, gli infermieri di comunità, i servizi sociali comunali e il volontariato dovrebbero essere integrati in un’unica rete di prevenzione. Occorre inoltre creare registri locali delle persone maggiormente vulnerabili, nel rispetto della riservatezza, utilizzabili esclusivamente durante le emergenze climatiche. Non per controllare i cittadini, ma per evitare che qualcuno rimanga invisibile dentro una casa trasformata in serra.

L’impatto sulle città

Le città italiane non possono più accumulare calore. Il problema non riguarda soltanto il clima globale, ma anche il modo in cui abbiamo costruito le città. Asfalto, cemento, scarsità di alberi, edifici inefficienti, superfici scure e traffico producono l’effetto noto come “isola di calore urbana”. Durante il giorno questi materiali accumulano energia e la rilasciano lentamente durante la notte, impedendo il raffreddamento degli ambienti. Servono più alberi, ma non piantati soltanto come elementi decorativi. Servono corridoi verdi, tetti e pareti vegetali, fontane funzionanti, aree ombreggiate, pavimentazioni meno assorbenti, fermate del trasporto pubblico protette dal sole e una manutenzione capace di garantire la sopravvivenza del verde urbano.

Ospedali, scuole, università, carceri, case popolari e residenze assistenziali dovrebbero essere sottoposti a una verifica obbligatoria della vulnerabilità termica. Non è accettabile che reparti sanitari, aule, dormitori o strutture per anziani raggiungano temperature incompatibili con la dignità e con la sicurezza. L’efficientamento energetico deve inoltre essere collegato alla giustizia sociale. Gli incentivi non possono favorire soltanto chi possiede già le risorse economiche necessarie per anticipare le spese. Occorre un programma specifico per le abitazioni popolari, i condomìni vulnerabili e le famiglie a basso reddito.

Il monitoraggio meteo salute, dovrebbe accompagnare sempre con risorse, interventi e formazione le competenti autorità dei rispettivi settori di competenza aperti a sinergie e interventi h24. Ogni Comune dovrebbe disporre di una mappa aggiornata delle persone fragili e di un numero unico locale per segnalare anziani soli, abitazioni surriscaldate e situazioni di rischio, così da monitorare ed intervenire anche e soprattutto a livello preventivo. Un’attenzione particolare va indirizzata ai lavoratori a rischio impostata su tecniche uniformi e non su ordinanze occasionali.

In particolare andrebbe realizzato un adattamento degli edifici pubblici e delle periferie urbane, con obiettivi misurabili: riduzione delle temperature interne, incremento delle superfici ombreggiate, presenza di aree verdi accessibili e disponibilità di spazi climaticamente protetti, oltre alla creazione di un sistema pubblico di valutazione. Dopo ogni estate dovrebbero essere pubblicati dati nazionali su mortalità, ricoveri, accessi al pronto soccorso, incidenti sul lavoro, interventi sociali e funzionamento dei piani locali. Bisogna sapere quante persone ha raggiunto e quanti danni ha evitato l’azione preventiva ed emergenziale della meteo gestione.

Le nuove tecnologie possono migliorare la capacità di prevedere i rischi. Dati meteorologici, immagini satellitari, caratteristiche urbanistiche, consumi energetici e indicatori sanitari possono essere integrati per individuare quartieri e gruppi di popolazione maggiormente esposti. Modelli di intelligenza artificiale potrebbero anticipare l’aumento degli accessi ospedalieri, suggerire il potenziamento dei servizi e orientare squadre di assistenza domiciliare. Ma la tecnologia deve rimanere uno strumento, non un alibi.

Nessun algoritmo può sostituire un infermiere che entra in una casa, un assistente sociale che riconosce una condizione di abbandono, un medico che modifica una terapia o un vicino che bussa alla porta di una persona sola. La risposta più moderna sarà quella capace di unire satelliti e prossimità, previsione digitale e solidarietà concreta. Il caldo estremo non è più un’eccezione destinata a scomparire con il prossimo temporale. È una componente strutturale del rischio sanitario europeo. Continuare a trattarlo come una successione di giornate anomale significa arrivare ogni estate impreparati, pubblicare raccomandazioni già note e contare i danni quando ormai è troppo tardi. Il Paese deve scegliere se limitarsi a gestire l’emergenza oppure costruire una strategia di adattamento.

Proteggere la popolazione dal caldo significa ripensare l’assistenza agli anziani, la sicurezza sul lavoro, l’edilizia, il verde urbano, l’organizzazione degli ospedali, la medicina territoriale e le politiche energetiche. Significa soprattutto riconoscere che una morte causata dal caldo non è sempre inevitabile. Quando il rischio è previsto con giorni di anticipo, quando le persone vulnerabili sono conosciute, quando le misure di prevenzione esistono e quando le tecnologie consentono di localizzare le aree più esposte, non intervenire non è più una mancanza organizzativa, ma una responsabilità di tutti i decisori che abbiano un ruolo. Il termometro misura la temperatura. La capacità di proteggere chi è più fragile misura invece la qualità di uno Stato attento, sensibile e programmato per i bisogni delle persone anche quelle senza parola. Ed è su questo secondo valore che si vincerà la scommessa per il futuro.

LEGGI TUTTE LE NEWS