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Jobs Act, le nuove norme? Arriveranno fra un anno

“Dopo i decreti delegati ci saranno i decreti attuativi emanati dalle singole direzioni. E trattandosi di materia nuova certamente ci saranno tempi più dilatati. Si stima che prima di 1 anno (se va bene) non si concluda nulla”. Lo dice l’Associazione Lavoro Over 40 che ha fatto le pulci al Jobs Act

“I tempi sulla carta sono molto veloci: 6 mesi per la emanazione dei decreti delegati ed 1 mese per la analisi delle commissioni lavoro della Camera e del Senato. Trascorso tale periodo i decreti sono adottabili e modificabili nel giro di un anno di sperimentazione. Il problema è che dopo i decreti delegati ci saranno i decreti attuativi emanati dalle singole direzioni. E trattandosi di materia nuova certamente ci saranno tempi più dilatati. Insomma si stima che prima di 1 anno (se va bene) non si concluda nulla”. Lo dice l’Associazione Lavoro Over 40 che ha fatto le pulci al decreto di delega sul lavoro recentemente approvato dal Senato, meglio noto come Jobs Act.

Le altre considerazioni sono:
1) Innanzitutto è una dichiarazione di principi condivisibili e non contiene alcun riferimento sulle soluzioni che si intendono adottare. Ciò significa che occorrerà attendere i decreti delegati prima di individuare esattamente cosa si intende fare.
2) I decreti delegati non accennano minimamente all’art.18. Si presuppone che la materia sia rinviata a momenti successivi.
3) In merito alla disoccupazione non si fa alcuna distinzione tra quella giovanile e quella di altre età. Si parla invece di interventi per fronteggiare la disoccupazione involontaria attraverso una revisione e rimodulazione dell’ASPI. Si potranno vedere differenze solo a decreti scritti.
4) Non è ben chiara la tipologia di intervento sulla disoccupazione di lunga durata. Si accenna solamente al fatto che verranno sviluppati servizi si reinserimento lavorativo che coinvolgano il soggetto nelle attività a “beneficio delle attività locali” (LSU). Ci saranno sostegni al reddito, ma anche sanzioni per coloro che non si renderanno disponibili ad una nuova occupazione programmata. Insomma sembra che si stia percorrendo la strada di esperienze di altre nazioni europee.
5) In merito ai metodi da adottare per sviluppare le politiche attive si tenderà a integrare le esperienze dei servizi pubblici (CPI) con quelle dei servizi privati ( agenzie per il lavoro, società di selezione, etc) senza fare menzione delle esperienze del Terzo Settore. In questa ottica l’Europa cerca la collaborazione tra i tre settori ( pubblico, Privato e Terzio Settore) tanto che sta sviluppando da anni il progetto PARES. Quindi questo è un punto negativo.
6) Si parla di riordino delle politiche attive al lavoro con la creazione di una unica AGENZIA che raggrupperà gli attuali CPI, dando organicità, nell’intento, ad una politica attiva omogenea su tutto il territorio italiano. Forti dubbi sulla efficacia di tale soluzione in quanto è nota la elefantiasi delle strutture statali.
7) Si parla anche della creazione di un sistema informatico di incontro tra domanda ed offerta. Viste le esperienze precedenti è auspicabile che non si cada nel medesimo flop.
8) C’è il tentativo di ridurre le tipologie contrattuali e di privilegiare l’assunzione a tempo indeterminato e di renderlo meno costoso e di estendere le garanzie anche ai lavoratori parasubordinati. E’ un principio che ci trova d’accordo, ma è solo un principio.
9) In via sperimentale si intende introdurre il salario minimo, estendendone l’applicazione anche ai lavoratori parasubordinati ed altri settori non soggetti a contrattazioni collettive.
10) Un capitolo interessante è la conciliazione casa-lavoro soprattutto per il genere femminile. Si prevede che lavoratori della medesima azienda possano “prestare” ore di giorni di riposo a chi deve curare il minore.
Dare un giudizio complessivo è molto difficile. Pare comunque che sia per ora solo una elencazione di intenzioni.
Occorrerà vedere nei fatti