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Cronache

di Guido Camera

Il tema della pena, sottoforma di privazione della libertà personale a cagione di un crimine commesso, è forse uno dei più delicati tra quelli sui quali i penalisti e i filosofi da sempre si interrogano. Per diverse ordini di ragioni. Non è, prima di tutto, così facile individuare i reati che maggiormente offendono la società ed i suoi valori. Questo, in particolare, in un periodo di grandi cambiamenti come l’attuale. Ciò che poteva essere riprovevole 80 anni fa oggi forse è, nel comune sentire, del tutto lecito.

Pensiamo ai reati di opinione, per fare un esempio di immediata percezione. Particolarmente gravi in una società governata da una dittatura, oggi invece privi di ragion d’essere, vigendo la libertà di espressione. C’è poi l’aspetto, forse ancor più delicato, dell’individuazione della pena più appropriata al reato e al reo, che è arduo ed esclusivo compito del giudice; sempre al giudice, infine, spetta la valutazione sul successivo percorso di rieducazione sociale che il condannato deve compiere nella fase dell’espiazione della pena per mitigare la privazione della libertà che lo affligge e, nel contempo, garantire le esigenze di difesa sociale della collettività.

Sono tutti temi molto delicati, riguardando il bene più prezioso che ogni individuo ha, ovvero la propria libertà, e che perciò dovrebbero essere affrontati evitando approssimazione e considerazioni semplicistiche. Mi sono perciò meravigliato leggendo quanto ha scritto un lettore, Giovanni Iudica, sul Corriere della Sera dello scorso 15 febbraio. Iudica, che per di più insegna diritto civile all’Università, commentando la recente scarcerazione di Jucker, condannato a 16 anni per avere ammazzato in modo particolarmente crudele la sua fidanzata, racconta dell’unanime indignazione che ha pervaso alcuni suoi amici di fronte alla notizia della liberazione di un assassino così feroce dopo appena dieci anni di carcere. Su questo anche io sono d’accordo.

Sono però le premesse del ragionamento di Iudica che traggono origine da una presupposto sbagliato, ovvero che, nella vicenda Jucker, “per compensazione tra aggravanti e attenuanti, per tutta una serie di meccanismi tecnici, la decisione del giudice è stata impeccabile” e che, di conseguenza, “spesso la colpa è della legge che i giudici sono tenuti ad applicare”. Non sono proprio d’accordo: quale legge avrebbe precluso ai giudici la possibilità di respingere la richiesta di patteggiamento che Jucker formalizzò in appello e gli consentì uno sconto di ben 14 anni sulla pena inflittagli in I grado? Nel codice penale non la trovo. Eppure credo di conoscerlo abbastanza bene.

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