Di Ernesto Vergani
Ben venga il Jobs Act se consentirà alle aziende di tornare ad assumere e ai giovani di trovare lavoro (dovrebbe essere così, ma la prova del nove la si avrà nel giro di un anno o due).
Ben venga anche la riforma della Costituzione e in particolare l’abolizione del bicameralismo perfetto se ciò permetterà di fare in tempi ragionevoli leggi che cambino il sistema paese (pubblica amministrazione, giustizia, fisco…) per assecondare l’economia e attrarre investimenti.
L’economia ha giustamente, a maggior ragione oggi ancor più che nel passato, il sopravvento su tutto, vista l’evoluzione delle caratteristiche del capitalismo e della globalizzazione. Un paese economicamente ricco, ha una democrazia più solida. Ma la democrazia prevale sull’economia.
E’ per questo che le dittature (si pensi a quelle sudamericane del dopoguerra, ma anche al fascismo italiano) furono economicamente deboli. Pleonastica qualsiasi riflessione sulla miseria economica del comunismo e del nazionalsocialismo (un’economia di guerra). Ed è per questo che prima o poi fallirà anche il modello cinese.
Dovrebbe quindi essere naturale che il presidente del Consiglio Matteo Renzi e la maggioranza che lo esprime ascoltino i dubbi (a partire da quelli della minoranza Pd) per cui una siffatta riforma costituzionale debba essere rafforzata da una riforma elettorale che eviti lo sbilanciamento a favore del potere del Governo.
I corollari sono noti: liste dei nominati, centralismo statale e azzeramento del federalismo, rischio di deriva verso una sorta di partito unico (mentre l’opposizione si divide e i suoi partiti sono sempre più frazionati al loro interno).
Questione importante è anche quella del consenso, del controllo dei media (al di là della riforma della Rai). I segnali sono dappertutto. Spesso nei dettagli, il pubblicare il tweet del capo che si complimenta coi suoi, il ministro Maria Elena Boschi che viene fotografata sui banchi del Governo coi capelli all’indietro che le coprono il volto e via discorrendo…
