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Le sfide di Milano tra successo e prezzi alle stelle: serve un nuovo patto per non perdere i talenti

Carovita, casa e trasporti minacciano la vivibilità della metropoli. Necessaria una politica d’insieme che unisca il Comune all’area metropolitana

Le sfide di Milano tra successo e prezzi alle stelle: serve un nuovo patto per non perdere i talenti
Foto Lapresse

Milano ha bisogno di un nuovo patto fra chi produce ricchezza e chi la città la vive

Milano ha una qualità che la storia italiana le ha riconosciuto più volte: sa anticipare i cambiamenti. È stata città industriale, capitale dell’editoria e della finanza, laboratorio delle professioni, luogo della ricerca e dell’innovazione. Ha attraversato crisi profonde senza smarrire del tutto quella particolare attitudine a rimettersi in movimento. Negli ultimi vent’anni ha rafforzato la propria proiezione internazionale, attirando imprese, investimenti, università, iniziative culturali e grandi eventi. Sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Ma proprio le città che hanno avuto successo devono avere il coraggio di interrogarsi sui limiti del modello che le ha rese forti.

La questione che Milano ha davanti non è scegliere fra sviluppo economico e qualità della vita. È comprendere se queste due dimensioni, che dovrebbero sostenersi reciprocamente, non abbiano cominciato ad allontanarsi. La crescita dei valori immobiliari, l’aumento del costo dell’abitare e la pressione sui servizi incidono sulla possibilità di vivere la città, e non soltanto su quella di acquistarvi una casa. Per una parte delle famiglie, dei lavoratori e dei giovani professionisti, Milano offre opportunità che altrove sono più difficili da trovare, ma chiede in cambio un prezzo di accesso sempre più impegnativo.

Qui si apre una contraddizione che non può essere liquidata come una semplice conseguenza del successo. Una città che richiama competenze da tutta Italia e dall’estero deve chiedersi se sia anche capace di trattenerle. Milano possiede un patrimonio universitario e scientifico straordinario, fatto di studenti, ricercatori, docenti, tecnici, medici, ingegneri e professionisti che alimentano il suo sistema produttivo. Se una parte di questo capitale intellettuale incontra difficoltà crescenti nel trovare un’abitazione, nel raggiungere il luogo di studio o di lavoro, o nel costruire una prospettiva familiare, non siamo di fronte soltanto a un problema individuale. È in gioco una delle condizioni della competitività futura della metropoli.

Non occorre sostenere, senza adeguate verifiche, che Milano stia già perdendo in termini assoluti il proprio capitale umano. Il rischio è più sottile: che la selezione economica finisca per decidere chi può permettersi di restare e chi deve cercare altrove una possibilità di crescita. Una città può continuare ad attrarre talenti e, nello stesso tempo, diventare meno accessibile proprio a coloro che contribuiscono al suo funzionamento quotidiano. Il capitale intellettuale non si conserva per decreto. Rimane dove trova opportunità, condizioni di vita sostenibili e fiducia nel futuro.

Per questo la questione abitativa non può essere separata dalla mobilità. Milano non finisce dove termina il territorio comunale. La sua vita reale si estende nei comuni dell’area metropolitana, nelle direttrici ferroviarie, nei poli universitari, nei distretti produttivi e nei luoghi in cui ogni mattina si muovono centinaia di migliaia di persone. Una casa più accessibile fuori città può essere una risposta concreta, ma soltanto quando i collegamenti sono affidabili, frequenti e compatibili con i tempi del lavoro, dello studio e della vita familiare. Altrimenti il risparmio sull’affitto viene pagato in ore perdute, in costi di trasporto e in una minore libertà di organizzare la propria giornata.

È dunque necessario guardare alla casa, ai trasporti e alla distribuzione dei servizi come alle componenti di una medesima politica metropolitana. Non basta moltiplicare gli annunci sulle infrastrutture: bisogna valutare i collegamenti esistenti, la regolarità del servizio, l’integrazione tariffaria, l’accessibilità delle stazioni e il rapporto fra nuovi insediamenti e capacità effettiva delle reti. La Città metropolitana non dovrebbe essere soltanto un perimetro istituzionale, ma la scala alla quale si misurano i problemi e si coordinano le soluzioni. Questo richiede collaborazione fra amministrazioni, Regione, gestori del trasporto e soggetti economici, senza immaginare che un solo Comune possa decidere tutto.

C’è poi il patrimonio abitativo esistente, a cominciare da quello pubblico. Prima di affidare ogni risposta a nuovi interventi edilizi, occorre conoscere con precisione quanti alloggi siano inutilizzati, per quali ragioni, con quali costi e in quali tempi possano essere recuperati. Servono procedure leggibili, responsabilità riconoscibili e risultati verificabili. Anche il coinvolgimento di operatori privati e del mondo cooperativo può contribuire, purché gli obiettivi di accessibilità siano espliciti e controllabili. Non esiste una soluzione unica: esiste il dovere di usare bene strumenti diversi.

La vivibilità di Milano, tuttavia, non si esaurisce nella disponibilità di una casa. Conta la possibilità di attraversare un quartiere, frequentare un parco, rientrare la sera, utilizzare i mezzi pubblici e trovare spazi urbani curati. La sicurezza è parte di questa libertà quotidiana e merita risposte concrete, non contrapposizioni rituali. Presidio del territorio, prevenzione, illuminazione, manutenzione e servizi di prossimità hanno competenze e responsabilità differenti, ma producono effetti che il cittadino giudica insieme. Una città internazionale deve saper proteggere tanto la propria attrattività quanto la serenità della vita ordinaria.

Anche il rapporto fra centro e quartieri merita di essere ripensato. Le grandi trasformazioni hanno contribuito a cambiare l’immagine di Milano, ma l’efficienza amministrativa si misura spesso nelle questioni meno spettacolari: un marciapiede accessibile, una scuola mantenuta bene, un trasporto puntuale, uno sportello che risponde, un intervento annunciato e poi realmente concluso. La qualità del governo non coincide con la dimensione dei progetti. Si riconosce dalla continuità delle decisioni e dalla capacità di rendere conto dei risultati.

Milano ha inoltre una risorsa che non compare nei bilanci comunali: la trama delle sue imprese, delle professioni, dell’associazionismo, delle università, del volontariato e dei corpi intermedi. Questo tessuto non deve sostituirsi alle istituzioni, ma può aiutare a costruire priorità condivise e a verificare se le politiche pubbliche rispondano ai bisogni reali. Il nuovo patto di cui la città ha bisogno non è un accordo astratto fra categorie contrapposte. Chi produce ricchezza e chi vive Milano sono spesso le stesse persone, osservate in momenti differenti della loro giornata.

La prossima stagione amministrativa avrà quindi davanti una responsabilità precisa: trasformare il successo economico in una capacità più ampia di offrire opportunità e di renderle concretamente accessibili. Non basterà rivendicare quanto è stato fatto, così come non sarà sufficiente promettere una discontinuità. Serviranno priorità credibili, strumenti proporzionati, risorse individuate, tempi misurabili e una visione che tenga insieme città e territorio metropolitano.

Chi saprà dare contenuto a questo nuovo patto, dimostrando di saper conciliare la forza economica della metropoli con le esigenze delle persone che la rendono viva, avrà la possibilità di sottoporre ai milanesi non soltanto una proposta di governo, ma un’idea riconoscibile del futuro della città. Saranno poi i risultati, prima ancora delle parole, a misurarne la credibilità. Perché Milano non deve semplicemente continuare a crescere. Deve dimostrare di saper governare la propria crescita.

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